Vivere come voglio io: la storia di Elena e il progetto Indi Mates

Vivere come voglio io: la storia di Elena e il progetto Indi Mates

“Mi sono svegliata da un incubo e ho capito che dovevo fare qualcosa. Volevo vivere come volevo io, con chi volevo io. E non con persone con disabilità, perché è già abbastanza essere disabili.”

Questa è la voce ferma e lucida di Elena Raisa, una giovane donna con paralisi cerebrale e sindrome feto-alcolica, che ha trasformato una vita di difficoltà e dipendenza dagli altri in un progetto di libertà e innovazione sociale: Indi Mates, un modello di coabitazione solidale che coniuga autonomia, cura e relazione. L’abbiamo intervistata per il progetto ‘Cura è Diritti‘. Buon ascolto!

Una storia di resilienza e ribellione

La storia di Elena comincia già in salita: nata prematura, con lesioni cerebrali dovute all’abuso di alcol e droghe da parte della madre biologica, viene adottata da una coppia avanti con l’età ma con una lunga esperienza nell’accoglienza di persone fragili. Cresce in una casa isolata sulle colline bolognesi, inadatta ma volutamente mantenuta “scomoda” per stimolarla al movimento e all’autonomia. Una scelta educativa non facile, che all’inizio la fa arrabbiare, ma che col tempo si rivela determinante: “Ora li ringrazio – racconta – perché grazie a questo approccio oggi so affrontare molte cose.”

Eppure, la vita di Elena resta segnata da una forte dipendenza: “Non faccio quasi nulla da sola. Ho bisogno di aiuto per vestirmi, lavarmi, cucinare.” Un giorno, sei anni fa, un sogno angosciante le mostra un futuro in cui, rimasta sola dopo la morte dei genitori, viene trasferita in una struttura con sconosciuti. Quel sogno diventa una chiamata all’azione: “Ho deciso che dovevo costruire un’alternativa. Non volevo vivere in una struttura. Volevo scegliere io come e con chi vivere.”

Nasce Indi Mates: un’alternativa concreta al modello istituzionale

Da questa consapevolezza nasce l’idea di Indi Mates: un progetto di coabitazione in cui Elena offre una stanza a studentesse o lavoratrici in cambio di un supporto quotidiano, accanto alle ore coperte da educatrici e assistenti personali. Un modello fondato sulla reciprocità: non un lavoro sottopagato né un’elemosina, ma uno scambio equo e umano, in cui entrambe le parti ricevono qualcosa di significativo.

La prima coinquilina, Margherita, ha condiviso con lei tre anni e mezzo di quotidianità. Da quell’esperienza è nato il desiderio di raccontare e replicare il progetto. Tuttavia, la reazione iniziale dei servizi è stata di chiusura e scetticismo: “Mi dissero che non avrebbe funzionato, che le persone senza disabilità si sarebbero stancate.”

Non solo: quando Margherita se ne va e Elena pubblica un nuovo annuncio, viene travolta da critiche e insulti sui social. La accusano di voler sfruttare giovani studentesse. Solo grazie all’attenzione di alcune giornaliste – “anch’io sono una giornalista” sottolinea – la sua storia torna alla luce, approda in TV, e il dibattito riparte.

Un’idea da sostenere, non solo da elogiare

Nonostante le difficoltà, Elena non si è fermata: “Dopo Margherita è arrivata una studentessa del DAMS. Ora convivo con il mio compagno e lei vive ancora con noi. Ma tutto questo lo faccio a mie spese, con l’aiuto della mia famiglia.”

A oggi, Indimate non riceve alcun sostegno pubblico specifico, pur incarnando pienamente i principi della legge 112/2016, nota come “Dopo di noi”, che prevede contributi per progetti di co-housing e vita indipendente per persone con disabilità. “Non ne sapevo abbastanza – ammette Elena – ma ora voglio informarmi e capire come accedervi.”

Accessibile Cooking: cucinare è per tutti

Accanto a Indimate, è nato anche un secondo progetto, frutto della relazione con il suo compagno, cuoco di professione: Accessibile Cooking, una pagina social dedicata alla cucina accessibile. “Mi ha regalato uno strumento per rompere le uova. Da lì è partita l’idea. Vogliamo mostrare che anche chi ha una disabilità motoria può cucinare, basta trovare gli strumenti giusti.”

Una passione, quella per la cucina, che le era stata negata da esperienze traumatiche di autonomia mal gestite: “Ma nonostante tutto, è rimasta viva. E ora cuciniamo insieme, invitiamo persone conosciute sui social, condividiamo ricette e storie.”

“Voglio che questa possibilità sia per tutti”

Il sogno di Elena è chiaro: non vuole che Indimate resti un’eccezione. “Vorrei che diventasse una possibilità reale, riconosciuta, replicabile. Che le persone con disabilità possano dire: ho una stanza libera, posso offrire qualcosa e ricevere supporto in cambio.”

Il suo progetto mostra che si può essere indipendenti anche se non si è autonomi, che la vita indipendente non è un privilegio per pochi, ma un diritto da costruire con creatività, sostegno e fiducia.

Nel frattempo, Elena continua. Con fatica, certo, ma anche con determinazione e una lucidità rara: “Ricevo solo complimenti, ma che si fermano lì. Vorrei che ci fosse qualcosa di più. Che davvero qualcuno credesse che questa idea può funzionare.”

E dopo averla ascoltata, è difficile non crederle.