Dalla residenza universitaria alla ricerca di autonomia: la storia di Bianca tra Padova e Roma
Cosa significa davvero vivere con disabilità all’università, cercare casa in autonomia, organizzare l’assistenza personale e affrontare ogni giorno servizi pensati in modo rigido? La storia di Bianca, 26 anni, raccontata ai Fiori Blu con Radio 32, offre una risposta concreta a domande che riguardano da vicino la vita indipendente delle persone con disabilità, l’accessibilità universitaria e il diritto a costruirsi una quotidianità libera, anche in una città complessa come Roma. Il suo percorso attraversa esperienze molto diverse: la residenza universitaria a Padova, il trasferimento alla Sapienza, il tentativo di co-housing a Montesacro, la nuova ricerca di casa a Roma, il ritorno in residenza, i limiti dei servizi di assistenza collettiva, la burocrazia, i trasporti e le barriere culturali che ancora ostacolano chi vuole semplicemente studiare e vivere da adulta, in autonomia.
Studiare con disabilità e scegliere Roma per la magistrale
Bianca arriva a Roma dopo gli anni trascorsi a Padova, dove aveva iniziato il proprio percorso universitario in Sociologia. Pur non essendosi ancora laureata, ha completato tutti gli esami della triennale e ha deciso di continuare a investire sulla propria formazione.
La scelta di Roma nasce da una valutazione molto precisa dell’offerta formativa: dopo aver cercato tra diverse magistrali in Italia, individua alla Sapienza il corso che sente più vicino ai suoi interessi, Progettazione Sociale, una magistrale di sociologia. La decisione è anche personale: oltre al valore del percorso accademico, c’è il desiderio di cambiare contesto e uscire da una fase ormai conclusa della propria vita padovana.
Il trasferimento, quindi, non è solo universitario. È anche un passaggio legato all’autonomia, alla ricerca di un nuovo spazio e alla possibilità di ridefinire il proprio modo di vivere con disabilità fuori dal contesto già conosciuto.
Perché vivere in residenza universitaria con disabilità era stata una necessità
Durante gli anni a Padova, Bianca vive in una residenza universitaria. Non si tratta di una semplice preferenza abitativa, ma di una necessità legata all’accessibilità. La stazione ferroviaria più vicina alla casa dei genitori, infatti, non era accessibile: questo rendeva impossibile il pendolarismo quotidiano e avrebbe costretto la famiglia ad accompagnarla ogni giorno in auto.
Per questo Bianca inizia a vivere da sola già a 19 anni. La residenza universitaria diventa lo strumento che le consente di studiare, muoversi e costruire una prima esperienza di vita indipendente con disabilità.
A Padova, la struttura prevedeva una modalità specifica per gli studenti disabili: una stanza doppia riservata alla persona con disabilità, con un secondo posto letto disponibile per un’assistente o accompagnatrice scelta liberamente. L’ente per il diritto allo studio garantiva inoltre stanza e mensa gratuiti alla persona che offriva supporto. Questo rendeva concretamente possibile un modello di assistenza flessibile, sostenibile e integrato nella vita quotidiana.
Assistenza personale e disabilità: un modello informale basato su affinità e reciprocità
Uno degli aspetti più interessanti del racconto di Bianca riguarda il modo in cui ha costruito la propria assistenza. Nel tempo, ha condiviso la stanza e la quotidianità con più studentesse, prima in forma retribuita e poi in modo sempre più informale.
Con l’aumentare della propria autonomia, ha scelto di basare questi rapporti meno sul lavoro formale e più su un equilibrio fatto di convivenza, supporto reciproco, fiducia e affinità personale. In alcune fasi, l’accordo consisteva semplicemente in alloggio e vitto, mentre la relazione quotidiana si costruiva su amicizia e collaborazione.
Non si parla solo di assistenza in senso tecnico, ma di assistenza personale per persone con disabilità come spazio relazionale, non riducibile a una procedura standard.
Bianca spiega infatti che il suo tipo di supporto non corrisponde all’immagine più comune dell’assistenza continua e invasiva. Per la cura della persona è abbastanza autonoma; le difficoltà maggiori riguardano piuttosto l’orientamento visuo-spaziale, alcuni passaggi in ambienti nuovi, la gestione di spazi domestici poco accessibili, la cucina e qualche supervisione in momenti specifici. Anche per questo le sue esperienze di supporto sono state spesso leggere, flessibili e costruite su misura.
Disabilità e autonomia: un percorso non lineare ma consapevole
Bianca racconta apertamente che il suo percorso universitario non è stato lineare. Pur avendo concluso gli esami della triennale, non si è ancora laureata. Le difficoltà, spiega, sono state soprattutto psicologiche e attitudinali, più che strettamente accademiche.
Per non interrompere la propria formazione, ha iniziato a frequentare la magistrale come uditrice, in modo informale e personale, mentre cerca di superare quei blocchi. Questo aspetto rafforza un altro tema importante: parlare di disabilità e autonomia significa anche riconoscere che i tempi della formazione possono essere diversi, e che andare avanti non coincide sempre con seguire un modello standardizzato di produttività o regolarità.
Il progetto di vita indipendente per persone con disabilità: opportunità e limiti
Nel primo anno di università, Bianca ha sperimentato anche il progetto di vita indipendente, cioè quel sistema di fondi pensato per permettere alle persone con disabilità di assumere direttamente assistenti scelti autonomamente.
Sulla carta, è uno strumento importante per sostenere la vita indipendente delle persone con disabilità. Nella pratica, per Bianca si è rivelato molto impegnativo. I tempi di approvazione sono stati lunghi e, soprattutto, il peso della gestione burocratica è stato enorme. Rendicontazioni, documentazione, controlli, incontri con l’assistente sociale: tutto questo ha trasformato un diritto in una fonte continua di pressione.
Lei stessa racconta di essersi sentita una sorta di “piccola commercialista” di se stessa. A questo si aggiungeva un vissuto psicologico difficile: pur sapendo che quei fondi erano legittimi, avvertiva la sensazione di dover restituire qualcosa in termini di performance, continuità e successo universitario.
Per questo, a un certo punto, ha preferito abbandonare quel modello e tornare a gestirsi in maniera più informale, selezionando direttamente le persone con cui vivere e collaborare, senza riprodurre su di sé il peso amministrativo di un sistema troppo rigido.
Cambiare assistenti come scelta di crescita personale
Bianca mantiene rapporti di amicizia con quasi tutte le persone che l’hanno aiutata negli anni. Ma racconta anche un aspetto insolito: non ha mai cercato davvero la continuità. Al contrario, tendeva a impostare fin dall’inizio collaborazioni della durata di un anno, dopo le quali ci si sarebbe salutate, almeno sul piano pratico.
Questo approccio nasceva dal desiderio di mantenere i rapporti leggeri, non appesantire nessuno e rendere l’esperienza più libera possibile. Nel tempo, questa scelta si è trasformata in una vera occasione di crescita: conoscere persone diverse, con caratteri e stili differenti, le ha permesso di adattarsi, negoziare, capire meglio i propri bisogni e ridefinire i limiti di ciò che era o non era disposta ad accettare.
È anche da qui che Bianca ha iniziato a superare quello che lei stessa riconosce come una forma di auto-abilismo: il timore di essere un peso, la paura di chiedere troppo, l’idea interiorizzata di dover ridurre il più possibile il proprio impatto sugli altri.
Come cercava assistenti personali: annunci online, gruppi Facebook e reti informali
Per trovare assistenti e coinquiline, Bianca si è sempre affidata a gruppi universitari, gruppi cittadini, soprattutto su Facebook, e ad altri canali informali online. Non si è mai appoggiata a cooperative o servizi intermediati, per una scelta molto netta di gestione diretta delle relazioni.
Anche questo è un elemento chiave del suo percorso: la ricerca dell’assistenza personale non è delegata a strutture esterne, ma vissuta come un lavoro di costruzione di fiducia, selezione reciproca e confronto diretto. Nel tempo, i suoi annunci sono diventati anche più chiari, espliciti e radicali, proprio perché aveva imparato a riconoscere meglio le dinamiche abiliste e a non volerle più tollerare.
Cercare casa a Roma con disabilità: mesi di ricerca, stanchezza e ritorno temporaneo dai genitori
Arrivare a Roma, però, significa soprattutto una cosa: cercare casa con disabilità in una città difficile, dove accessibilità, mercato immobiliare e pregiudizi si intrecciano.
Prima di iniziare a frequentare davvero, Bianca passa mesi a cercare una sistemazione. Da settembre a dicembre, il primo semestre viene di fatto assorbito dalla ricerca di una casa. Non può più restare nella residenza di Padova perché ha esaurito gli anni disponibili, quindi torna temporaneamente dai genitori a Cittadella.
Questo ritorno è molto pesante sul piano emotivo e della salute mentale, perché comporta una riduzione drastica dell’autonomia costruita negli anni precedenti. Nonostante questo, continua a cercare con tenacia una soluzione a Roma, convinta che una volta trovata casa avrebbe potuto ricostruire una quotidianità migliore.
Nella prima fase della ricerca dipende ancora molto dai genitori, che avrebbero dovuto accompagnarla nelle visite agli appartamenti. Ma il problema non è solo logistico: ci sono anche resistenze legate al fatto che non abbia ancora finito l’università e che voglia andare a vivere lontano, da sola, in una città complessa come Roma.
La prima casa a Roma: il tentativo di co-housing a Montesacro
Dopo mesi di ricerca, Bianca trova una prima sistemazione a Montesacro, in un appartamento molto particolare. Non è una semplice casa in affitto, ma uno spazio già attrezzato per una persona con disabilità, messo a disposizione dai genitori di un altro ragazzo disabile che viveva lì con i suoi assistenti.
L’idea originaria era quella di un co-housing inclusivo, un progetto che avrebbe dovuto creare una convivenza più ampia e sociale. In passato, i genitori avevano anche provato a strutturare questa esperienza come associazione. Quando Bianca arriva, però, il progetto è già sostanzialmente fermo.
La casa resta accessibile e ben attrezzata, ma le aspettative su chi vi entra sono molto diverse da quelle che una normale coinquilina potrebbe legittimamente immaginare.
Trovare un’assistente a Roma: l’incontro con Martina
Nel frattempo, Bianca trova a Roma anche la sua assistente attuale, Martina, rispondendo allo stesso tipo di annunci usati in precedenza. Si conoscono inizialmente davanti a un caffè, a distanza, con un approccio semplice e informale.
Martina studia infermieristica, ma Bianca precisa che non era questo il criterio della scelta. È stato un caso, non una selezione costruita intorno a una competenza sanitaria. Questo dettaglio è importante perché evita di ricondurre automaticamente la relazione di assistenza a un modello medicalizzato: anche qui, al centro c’è la compatibilità umana, non solo tecnica.
Perché il co-housing non ha funzionato
La casa di Montesacro, pur accessibile dal punto di vista materiale, si rivela presto problematica dal punto di vista relazionale. Bianca si accorge che, oltre al pagamento dell’affitto, su di lei gravano aspettative implicite molto più ampie.
In sostanza, si sperava che la presenza sua e di un’altra ragazza potesse ravvivare la vita sociale del ragazzo disabile che viveva lì. Ma questo non era il motivo per cui Bianca si era trasferita a Roma. Lei voleva studiare, organizzare la propria vita e costruire autonomia, non diventare una sorta di facilitatrice relazionale o “animatrice di comunità”.
A questo si aggiungono differenze caratteriali, di abitudini e di approccio alla quotidianità. Il progetto, già fragile, finisce così per non reggere.
Nuova emergenza abitativa: trovare casa in meno di un mese
La seconda fase della sua vita romana inizia in modo ancora più duro: Bianca riceve pochissimo preavviso per lasciare quella sistemazione, meno di un mese.
In questo tempo ridottissimo si mette a cercare nuove soluzioni e si scontra con uno scenario che per molte persone con disabilità è familiare: case dichiarate accessibili che in realtà non lo sono, cantieri presentati come pronti ma ancora inutilizzabili, alloggi temporanei introvabili quando servono davvero.
Fa viaggi lunghi per vedere spazi che poi non risultano adeguati. Considera anche B&B e case vacanze, ma senza riuscire a trovare una soluzione praticabile. A quel punto decide di fare nuovamente domanda per una residenza universitaria a Roma, per avere almeno un paracadute.
Residenze universitarie accessibili a Roma
La domanda viene accettata, anche se Bianca non è ancora laureata. Ma l’ingresso in residenza si rivela subito complicato.
Quando va a vederla con Martina, scopre che non ha un ascensore funzionante. Le viene detto apertamente che non avrebbe dovuto essere mandata lì. L’episodio mostra bene uno dei nodi dell’accessibilità universitaria a Roma: l’esistenza formale di un servizio o di una struttura non garantisce affatto che sia davvero utilizzabile.
Dopo questo errore iniziale, si apre un confronto con una figura di coordinamento dell’inclusione, ma anche qui le soluzioni proposte sono parziali. A un certo punto le viene offerta una stanza troppo piccola, già vista in precedenza e già riconosciuta da Bianca come inadatta ai propri bisogni.
OSS, cooperativa e limiti dell’assistenza collettiva
A via De Lollis è attivo un servizio H24 gestito da una cooperativa. Gli operatori non seguono una sola persona ma più studenti, spostandosi tra le stanze e lavorando secondo turni e orari predefiniti.
Per molte attività quotidiane, comprese la doccia o la cura dei capelli, bisogna adattarsi a questa organizzazione. Bianca non usa direttamente il servizio, ma conosce bene il funzionamento attraverso le amiche che invece vi si appoggiano.
Il punto critico, per lei, è che questo sistema viene trattato come modello standard, mentre il suo percorso si basa su un’assistente personale scelta autonomamente, con cui ha costruito una relazione e una routine su misura. Questa possibilità, però, non viene davvero riconosciuta.
L’assistente personale trattata come “ospite”
Martina non viene formalizzata come assistente stabile. In residenza viene sostanzialmente considerata una ospite. Questo significa che, ogni volta che cambia il portinaio o arriva personale nuovo, deve spiegare da capo chi è e perché è lì.
Non esiste una comunicazione ufficiale chiara e questo espone Bianca e Martina a continui problemi pratici: accessi da giustificare, chiavi potenzialmente negate, sospetti, mancanza di continuità.
Alla fine, dopo una settimana di stallo e riorganizzazioni interne, Bianca ottiene almeno una stanza più adeguata. Ma anche questo risultato arriva non perché il sistema fosse pronto, bensì perché lei insiste, contesta e costringe l’organizzazione a correggersi.
Vita quotidiana in residenza: assistenza, pasti e organizzazione autonoma
Nella nuova fase romana, Martina non vive con Bianca. La assiste in alcune ore del giorno, dal lunedì al venerdì, arrivando la mattina dalla Portuense per aiutarla nella gestione della quotidianità.
Nel weekend Bianca si organizza da sola, soprattutto sul fronte dei pasti. Cucina il venerdì anche per i giorni successivi, conserva il cibo in frigo e poi lo riscalda.
Non usa la mensa perché è vegana e molto rigorosa sul cibo. Viene ricordato che teoricamente, avvisando in anticipo, sarebbe possibile richiedere un menù dedicato, ma per lei non è una soluzione realmente desiderabile. Anche questo è un esempio concreto di come un servizio possa esistere formalmente senza risultare davvero fruibile.
Servizi di trasporto universitari e disabilità: quando l’autonomia dipende da una settimana di anticipo
Un altro tema cruciale è quello dei trasporti per studenti universitari con disabilità. Il servizio di pulmino accessibile non riguarda solo chi vive in residenza, ma più in generale gli iscritti che vivono a Roma. Per utilizzarlo, però, bisogna fare richiesta con circa una settimana di anticipo.
Questa rigidità incide profondamente sull’autonomia. Bianca, che ha una difficoltà importante di orientamento visuo-spaziale, non può affrontare da sola gli spostamenti. Se deve andare in ospedale o a una visita e la sua assistente non può salire con lei sul pulmino, il sistema diventa fragile e rischioso.
Sta cercando proprio per questo di ottenere una deroga o un riconoscimento che permetta a Martina di accompagnarla anche sul mezzo. Ma, ancora una volta, il sistema non sembra pensato per integrare davvero la personalizzazione dell’assistenza.
Si aggiungono poi altre rigidità tecniche: ad alcuni studenti viene detto che certi ausili non possono essere caricati sul pulmino perché la pedana non sarebbe omologata o considerata sicura. Il risultato è che la sicurezza viene usata come criterio per restringere ulteriormente l’accessibilità.
Le richieste all’università: personalizzare davvero residenze, assistenza e trasporti
Dalla conversazione emergono alcune richieste molto chiare, che potrebbero parlare a chiunque si occupi di inclusione universitaria, disabilità all’università e servizi di accessibilità.
La prima è che nelle residenze universitarie dovrebbe essere possibile ospitare stabilmente anche l’assistente personale, non solo fare affidamento sugli OSS interni.
La seconda è che l’assistenza, anche quando fornita dalla struttura, dovrebbe essere davvero personalizzabile. Bianca racconta, per esempio, di aver dovuto firmare un documento per spiegare come voleva che venissero svolte alcune pratiche e di aver dovuto difendere scelte che per lei riguardavano la sicurezza, come la presenza di tappeti in stanza.
Racconta anche di aver ottenuto una piccola ma importante eccezione: gli operatori possono entrare nella sua stanza con le chiavi, perché in caso contrario, se fosse in difficoltà, non potrebbero intervenire in tempo. Ma questa possibilità esiste solo per lei e non come opzione generale. Ed è proprio questo il punto: ciò che oggi è eccezione individuale dovrebbe diventare possibilità strutturale.
Tecnologia, carrozzina e limiti reali degli ausili
Nel confronto si parla anche di ausili motorizzati. Bianca racconta di aver avuto in passato uno smart drive, ma di non essere riuscita a integrarlo davvero nella propria vita. Non per mancanza di utilità, ma perché imparare a usarlo richiede tempo, supporto e tranquillità, cose che spesso mancano quando si è già immerse in una quotidianità pesante dal punto di vista organizzativo.
Lo stesso vale per altri dispositivi: sulla carta possono aiutare, ma nella pratica richiedono spesso la presenza di qualcuno che li monti, li gestisca o li tolga al momento giusto. In questo senso, la tecnologia non è automaticamente sinonimo di autonomia. Senza contesto, formazione e tempi adeguati, anche l’ausilio migliore può restare sottoutilizzato.
Disabilità, burocrazia e personalizzazione dei servizi: la battaglia politica che emerge dall’esperienza
Nel corso dell’intervista, la storia personale di Bianca si trasforma chiaramente in una riflessione politica più ampia. Il punto centrale è questo: i servizi non devono essere solo presenti, ma personalizzabili.
Quando l’assistenza, il trasporto, la residenza o il progetto di vita indipendente vengono organizzati in modo troppo standardizzato, finiscono per imporre una forma di vita anziché sostenere l’autonomia. Bianca e gli interlocutori sottolineano come uno dei problemi maggiori sia la medicalizzazione e la burocratizzazione delle esistenze delle persone con disabilità.
Moduli, pratiche, buoni taxi, richieste, certificazioni, controlli: la persona disabile si ritrova spesso a dover amministrare costantemente la propria possibilità di vivere. In questo senso, la richiesta di personalizzazione non è un dettaglio organizzativo. È una battaglia per il diritto a non essere continuamente tradotte in pratica burocratica.
Cercare casa con disabilità da adulte: basta infantilizzazione
Tra le rivendicazioni più nette emerse nell’intervista c’è quella sul diritto a cercare casa autonomamente. Bianca racconta che, durante la ricerca, le veniva chiesto se i suoi genitori fossero d’accordo, come se una persona disabile di 25 o 26 anni non potesse decidere da sé dove vivere.
Questo è uno dei punti più forti dell’intero articolo: la difficoltà incontrata non è stata solo immobiliare o logistica, ma profondamente culturale. Il problema è la persistenza di uno sguardo infantilizzante, familistico, sospettoso, che continua a considerare la persona con disabilità come qualcuno da autorizzare, verificare o proteggere anche quando vive già da adulta e si mantiene da sola.
Bianca lo dice con chiarezza: serve meno pregiudizio, meno paternalismo e più riconoscimento pieno della soggettività adulta delle persone con disabilità.
Fare rete contro stigma e autostigma
Un altro passaggio importante riguarda il fatto che questi pregiudizi non arrivano solo dall’esterno. A volte vengono anche da famiglie, parenti, contesti vicini e perfino da altre persone disabili.
Per questo Bianca richiama la necessità di costruire più rete contro stigma e pregiudizio, ma anche contro l’autostigma e i pregiudizi verso di sé, cioè quelle forme interiorizzate di svalutazione e paura che limitano le possibilità percepite di autonomia. È un discorso che torna coerentemente al suo primo anno universitario, quando sentiva di poter essere un peso e tendeva a minimizzare se stessa.
In questo senso, il suo racconto non è solo una denuncia, ma anche una pratica di ridefinizione del possibile.
Cosa insegna davvero questa storia sulla vita indipendente con disabilità?
La storia di Bianca mostra con estrema chiarezza che vita indipendente e disabilità non sono concetti astratti. Passano da una stanza abbastanza grande o troppo piccola. Dal diritto di avere accanto la propria assistente e non doverla far passare per ospite. Dalla possibilità di salire su un pulmino senza dover prenotare ogni frammento di vita con una settimana di anticipo. Dal diritto di cercare casa senza essere trattate come bambine.
Questo articolo racconta una vicenda personale, ma parla in realtà di temi molto più larghi: accessibilità universitaria, assistenza personale, residenze universitarie accessibili, ricerca di casa con disabilità, burocrazia, autodeterminazione e inclusione reale.
Il punto di arrivo è netto: l’autonomia non si costruisce adattando le persone ai servizi, ma adattando i servizi alle persone. Finché questo non accadrà, anche i sistemi formalmente inclusivi continueranno a produrre nuove esclusioni. E la battaglia delle persone con disabilità continuerà a essere, prima di tutto, una battaglia per il diritto a vivere come adulte, con libertà, complessità e piena autodeterminazione.


