In occasione di un’intervista ospitata dalla libreria ‘I Fiori Blu‘ per Radio 32, nell’ambito degli approfondimenti tematici realizzati per il progetto ‘Cura è Diritti‘, abbiamo avuto il piacere di conoscere più da vicino Danila Faiola, psicologa e psicoterapeuta non vedente, attiva da anni nel campo della salute mentale e dell’attivismo per i diritti delle persone con disabilità visiva. In questa prima parte del dialogo, Danila ci racconta del suo percorso professionale, delle sfide affrontate e del valore della consulenza alla pari. Una voce autentica dal mondo della psicoterapia inclusiva.
Un Percorso Guidato dalla Passione
Danila Faiola esercita come psicoterapeuta principalmente nel proprio studio privato a San Felice Circeo. Il suo lavoro si concentra sul trattamento di problematiche psicologiche quali ansia, fobie, depressione e difficoltà nella gestione delle emozioni. La sua scelta di intraprendere la libera professione nasce da una profonda motivazione personale: il desiderio di aiutare ogni persona a scoprire e far emergere le proprie risorse, in qualsiasi condizione si trovi.
“Credo che ogni persona, in qualsiasi situazione della propria vita, abbia bisogno di far emergere le proprie risorse. Questa motivazione interna mi ha spinta e mi spinge tuttora a proseguire questa attività professionale.”
L’Equilibrio tra Psicoterapia e Attivismo
Oltre all’attività clinica, Danila si dedica anche alla formazione e alla supervisione emotiva degli operatori del settore sociosanitario. È fermamente convinta dell’importanza della supervisione come strumento essenziale per prevenire fenomeni come il burnout, particolarmente frequente tra chi lavora nelle “helping professions”.
Dal punto di vista dell’impegno associativo, Danila opera da oltre 30 anni all’interno dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti (UIC) e oggi è consigliera presso la sezione territoriale di Latina. La sua linea guida all’interno dell’associazione è chiara e coerente: promuovere l’autonomia e l’autodeterminazione delle persone con disabilità visiva.
“Prima di tutto si è persone, e la cecità o l’ipovisione è solo una condizione. Ognuno deve potersi autorealizzare secondo le proprie risorse, limiti, inclinazioni e attitudini.”
In collaborazione con l’associazione CIVA di Latina, Danila ha contribuito a realizzare diverse iniziative sul territorio volte a promuovere una vita indipendente e la piena inclusione delle persone con disabilità.
Vivere la Psicoterapia da Persona Cieca
Un tema cruciale affrontato durante l’intervista riguarda il rapporto tra la sua esperienza personale di cecità e la pratica professionale. Danila racconta di aver sempre sentito una vocazione verso le professioni d’aiuto, una spinta presente sin dall’adolescenza, ben prima che la sua condizione visiva evolvesse verso la cecità completa.
Pur avendo incontrato ostacoli nel percorso formativo e professionale, la sua motivazione interiore è stata il motore per superarli. L’esperienza personale di resilienza, infatti, le consente oggi di riconoscere negli altri la possibilità di superare le difficoltà, elemento che considera un valore aggiunto nel suo lavoro clinico.
“Credo che uno dei vantaggi fondamentali sia proprio la possibilità di riconoscere negli altri le risorse che ho imparato a mobilitare nella mia stessa vita.”
Barriere Culturali e Discriminazioni Istituzionali
Tuttavia, non sono mancate esperienze di discriminazione, in particolare da parte di alcuni colleghi. Danila ricorda con chiarezza un episodio in cui una scuola di specializzazione le propose un “anno di sperimentazione” per valutare la sua idoneità, motivando la scelta con la mancanza di precedenti esperienze con persone non vedenti. Una proposta che Danila rifiutò con determinazione, percependola come un chiaro segnale di esclusione.
“La mancanza di conoscenza genera paura. È fondamentale promuovere una cultura della disabilità basata sulla consapevolezza.”
Il Rapporto con i Pazienti
Paradossalmente, se le difficoltà maggiori sono arrivate da colleghi e istituzioni, Danila ha trovato nei pazienti un’accoglienza molto più naturale. In oltre vent’anni di attività, non ha mai incontrato veri e propri pregiudizi da parte delle persone che ha seguito.
Anzi, molti pazienti dichiarano di sentirsi più liberi durante la terapia, proprio perché sanno che lo sguardo della terapeuta non li osserva nel senso tradizionale: un aspetto che favorisce l’assenza di giudizio e un clima di maggiore apertura.
La Consulenza alla Pari: Un Nuovo Orizzonte
Un altro tema centrale emerso nell’intervista è quello della consulenza alla pari, ambito a cui Danila si dedica da tempo. Si tratta di una relazione d’aiuto tra persone che condividono una stessa condizione (disabilità visiva, motoria, patologie croniche, ecc.), in cui l’esperienza vissuta diventa risorsa di supporto reciproco.
In Italia, la consulenza alla pari non è ancora formalmente riconosciuta, ma è in corso una proposta di legge — promossa dall’onorevole Ciucchetti — per colmare questa lacuna normativa.
“La consulenza alla pari non sostituisce nessun’altra professione. È una relazione basata sull’esperienza condivisa, che può offrire un valore unico nel percorso di accettazione e crescita personale.”
Le Competenze del Consulente alla Pari: Esperienza, Formazione e Ascolto
Un tema centrale nella riflessione di Danila Fagiola è il profilo professionale del consulente alla pari. Se da un lato il vissuto comune tra consulente e consultante rappresenta la base di questa relazione, dall’altro, la sola esperienza personale non è sufficiente a garantirne l’efficacia. Come Danila sottolinea con chiarezza, per esercitare questo ruolo con competenza e responsabilità sono necessari altri requisiti fondamentali.
Oltre la Condizione: Percorso Personale e Formazione
I due pilastri che devono accompagnare la condizione di disabilità sono:
- Un percorso personale di elaborazione, adattamento e autonomia, in cui la persona abbia lavorato su di sé e sulla propria condizione;
- Una formazione professionale specifica, che permetta di acquisire strumenti e tecniche adeguate per condurre colloqui, rispettare i tempi del consultante e interagire con consapevolezza.
Danila ribadisce che la consulenza alla pari non è una forma di sostituzione della psicoterapia o di altri interventi professionali, ma una relazione complementare che può rivelarsi decisiva. La persona disabile che si avvicina alla figura del consulente alla pari deve percepire di potersi liberamente autodeterminare, comprendendo, magari per la prima volta, di avere il diritto e la possibilità di scegliere.
“La possibilità di sapere che si può scegliere nella propria vita è qualcosa che molte persone con disabilità non sanno. Il consulente alla pari serve anche a questo.”
Verso una Formazione Nazionale
Attualmente, sebbene non esista ancora una normativa definitiva, sono già stati avviati percorsi formativi significativi. In particolare, a Latina, grazie a progetti pilota finanziati dalla Regione Lazio all’interno del programma Comunità Solidale, sono stati realizzati tre cicli formativi che hanno visto la partecipazione di psicoterapeuti (tra cui Danila stessa e il collega Francesco Bertini) e hanno permesso ai partecipanti di svolgere esperienze pratiche sul campo, affiancati da professionisti.
Con l’iter legislativo in corso, l’obiettivo è creare una formazione nazionale uniforme, con linee guida condivise tra tutte le Regioni. Questo permetterebbe il riconoscimento ufficiale del consulente alla pari come professione autonoma.
Consulenza alla Pari: Contesti di Applicazione
Il ruolo del consulente alla pari trova applicazione in molti contesti, specialmente in quelli riabilitativi e post-traumatici. Danila cita l’esempio virtuoso del CTO di Roma, dove da anni opera Daniele Stavolo, figura di riferimento nel campo e formatore, che ha contribuito a introdurre la consulenza alla pari nelle unità spinali e nei centri per l’autonomia.
In situazioni di perdita (della vista, degli arti, di funzioni motorie), la presenza di una persona che ha vissuto la stessa condizione può offrire una vicinanza empatica e concreta, che va oltre ciò che le sole figure professionali possono trasmettere.
“Vedere una persona con la tua stessa condizione, che ha già iniziato un percorso, è fondamentale per cominciare ad affrontare la realtà. Spesso, nel mio lavoro, mi accorgo che chi ha una disabilità visiva non ha mai incontrato un’altra persona nella stessa condizione.”
L’Invisibilità del Linguaggio della Disabilità
Durante l’intervista, emerge anche una riflessione profonda sul tipo di linguaggio, esperienze e vissuti che sfuggono alla comprensione dei professionisti sanitari, ma che sono invece facilmente condivisibili tra pari. Esperienze che, per loro natura, sono “irraccontabili” se non a chi le ha vissute sulla propria pelle.
Daniele, uno degli intervistatori, condivide la sua esperienza personale: dopo un incidente che ha comportato una disabilità motoria, si è sentito davvero compreso solo da chi aveva vissuto esperienze simili. Questo porta a una domanda importante: come preservare, nella formazione dei consulenti alla pari, l’autenticità del vissuto personale e del linguaggio esperienziale?
Chi Forma i Formatori?
Danila risponde sottolineando che i formatori dei futuri consulenti alla pari dovranno essere anch’essi esperti per esperienza, in grado di valorizzare il bagaglio esperienziale di ciascun discente. La motivazione individuale è imprescindibile, ma deve essere accompagnata da una formazione strutturata e da un percorso di supervisione.
“I formatori devono essere capaci di far emergere e valorizzare l’esperienza vissuta, esplicitandola e integrandola nel rispetto dei tempi e del percorso individuale di ogni persona.”
L’idea chiave è che i consulenti alla pari siano esperti per esperienza, in equilibrio e in collaborazione con gli esperti per competenza. Lavorare in équipe multidisciplinari è dunque una condizione essenziale per offrire un supporto efficace, rispettoso e completo.
Il Valore del Lavoro in Équipe e della Supervisione
Uno dei temi fondamentali emersi nel dialogo è l’importanza del lavoro in équipe multidisciplinare. La figura del consulente alla pari, pur fondata sull’esperienza personale, non agisce in solitudine, ma all’interno di una rete che comprende psicologi, assistenti sociali, terapisti occupazionali e altri professionisti della salute.
Come sottolinea Martina, anche chi ha una disabilità visiva, come nel suo caso l’ipovisione, si trova spesso a confrontarsi con esperienze simili ma mai identiche. La varietà delle condizioni e dei vissuti personali rende ancora più necessaria la supervisione psicologica e il confronto costante tra figure professionali diverse.
“Il consulente alla pari porta la sua esperienza, ma nel farlo può rivivere aspetti dolorosi. Per questo serve supporto e supervisione.”
Questa riflessione rafforza l’idea che il consulente alla pari non si sovrappone alle altre figure, ma collabora con esse, offrendo un punto di vista unico, complementare e autentico.
L’Importanza di una Formazione Emotiva e Relazionale
Danila ci ricorda che conoscere una disabilità non significa semplicemente apprendere delle nozioni tecniche. Ad esempio, saper leggere il Braille non equivale a comprendere davvero l’esperienza di chi vive con una disabilità visiva. Nella ricerca “Cambiare lo sguardo”, realizzata proprio a Latina, è emerso che le emozioni prevalenti provate da chi incontra una persona cieca o ipovedente sono paura e angoscia — emozioni legate al timore del buio, che affondano le radici nell’infanzia.
“Se io non rivedo me stesso come professionista, rischio di trasferire quell’angoscia e paura alla persona. E allora non vedo più la persona, ma solo la sua condizione.”
Questo è il motivo per cui la figura del consulente alla pari ha un potenziale così importante: aiuta a umanizzare e normalizzare l’esperienza della disabilità, rompendo quel filtro emotivo spesso inconsapevole che separa il professionista dal vissuto reale del paziente.
Percorsi Possibili in Attesa della Legge
Attualmente, in Italia, non esistono corsi ufficiali riconosciuti per diventare consulenti alla pari, proprio perché la figura professionale non è ancora legalmente istituita. Tuttavia, per chi fosse interessato a intraprendere questo percorso, Danila consiglia di iniziare con corsi e studi legati alla relazione d’aiuto e alla consulenza, anche di tipo universitario o para-universitario.
Questi percorsi forniscono competenze utili per la gestione del colloquio, l’ascolto attivo e le dinamiche relazionali, elementi indispensabili nella futura formazione del consulente alla pari.
Lo Stato della Proposta di Legge
La proposta di legge per il riconoscimento ufficiale della Consulenza alla Pari è stata presentata dall’onorevole Ciocchetti e, secondo quanto riferito, dovrebbe arrivare in discussione alle Camere tra settembre e ottobre. Dopo l’approvazione, verranno stilate linee guida nazionali per regolamentare la formazione, i requisiti e l’inserimento lavorativo di questa nuova figura.
Le previsioni, riferisce Danila, sono ottimistiche: in molti Paesi del nord Europa la figura è già ampiamente riconosciuta, e anche in Italia si sta lavorando per colmare questo vuoto normativo.
Una Prospettiva Trasversale: Anche Salute Mentale e Oncologia
Il valore della consulenza alla pari non si limita alla disabilità fisica. Come discusso nella parte finale dell’intervista, esistono già esperienze analoghe nel campo della salute mentale, come la figura del compagno adulto nei percorsi dell’ASL, o nei progetti rivolti a persone con patologie oncologiche.
Nel disegno di legge si è pensato proprio a una figura trasversale, capace di adattarsi a diversi ambiti della disabilità e della vulnerabilità, purché ci sia una condivisione autentica dell’esperienza.
“È fondamentale che una persona con disabilità visiva possa fare consulenza a un’altra persona con disabilità visiva. Lo stesso vale per chi ha una disabilità motoria, psichica o una malattia oncologica. L’esperienza condivisa è il cuore della relazione.”
Conclusione: Un Progetto che Guarda al Futuro
L’intervista si conclude con un sentito ringraziamento da parte di Danila per l’opportunità di raccontare questo importante lavoro. Il suo messaggio è chiaro: la Consulenza alla Pari è un progetto di speranza, crescita e dignità, che può cambiare la vita di molte persone — sia di chi riceve aiuto, sia di chi lo offre.
In attesa del riconoscimento istituzionale, ciò che possiamo fare è formarci, confrontarci e prepararci a costruire insieme un nuovo modello di aiuto, fondato sull’empatia e sulla condivisione autentica.
“Desidero essere ottimista e portare avanti questo progetto, perché credo davvero nel potere trasformativo della Consulenza alla Pari.”


