Intrapresa sociale: il lavoro di Franco Rotelli

Intrapresa sociale: il lavoro di Franco Rotelli

Franco Rotelli (Casalmaggiore, 23 luglio 1942 – Trieste, 16 marzo 2023) è stato uno psichiatra italiano. È stato uno dei protagonisti della Riforma Psichiatrica in Italia e uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia. Dal 1979 (dopo il trasferimento a Roma di Basaglia) e fino al 1995 Rotelli fu il direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste, contribuendo alla trasformazione di questo ospedale psichiatrico, divenuta famosa in tutto il mondo, in favore della realizzazione di servizi sanitari extraospedalieri,che diresse fino ai primi anni 1998. Nel 1998 diventò Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria di Trieste, ruolo che mantenne per una decina d’anni. Per un periodo più breve, dal 2001 al 2004, fu direttore dell’Azienda sanitaria di Caserta. Nel 2013 venne eletto Consigliere Regionale e Presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Friuli Venezia Giulia con il Partito Democratico.

Speciale tratto da “La Salute è un’intrapresa sociale?”, podcast realizzato all’interno del progetto dica 32 dell’associazione Ipse Lab APS e si inserisce nel percorso avviato a Trieste dal Forum Disuguaglianze e Diversità e dal gruppo di lavoro connesso all’esperienza di superamento dei manicomi. Percorso che vede nel convegno ‘Fare intraprese Sociali 2023’ un luogo per ragionare sulle modalità di lavoro necessarie per trasformare, rivoluzionare, la realtà pratica di chi vive problemi di salute complessi e/o sperimenta condizioni di oppressione sociale a causa di caratteristiche proprie non accettate dal senso comune.

Per conoscere questo percorso e la definizione di Intrapresa Sociale, si può ascoltare:

Il pensiero di Franco Rotelli

Già in un primo scritto del 1967 Rotelli assume posizioni fortemente critiche nei confronti dell’ideologia psichiatrica dominante demistificando in particolare la costruzione tutta ideologica ma particolarmente significativa, del concetto di psicopatia in Kurt Schneider, generalmente fatta propria dalla psichiatria ufficiale e proponendo un approccio “sartriano” al tema dell’incontro con l’altro in una pratica orientata a valori universali ed esplicitamente improntata ad un’etica delle libertà, piuttosto che a fini metastorici e propri dell’ideologia dominante.

Negli anni, continuerà la riflessione sulle pratiche emancipative fondate non su risibili diagnosi pseudoscientifiche riduttive ed elementaristiche, ma su un “sapere della complessità” che cerca un dialogo continuo tra soggetti e tra soggetti e comunità, seguendo le suggestioni della fisica contemporanea piuttosto di quelle del fisicalismo oggettivante.

La fine dei manicomi viene vista come un passaggio imprescindibile di superamento di un paradigma semplicistico e quindi foriero di violenze, per un paradigma della complessità in cui i rapporti interumani devono ricercare il massimo della reciprocità e della libertà dei contesti di vita attraverso pratiche e politiche emancipative: dove ciascuno vive per e nell’incontro/scontro con l’altro che lo costituisce nel concreto della realtà in cui vive.

Nei testi di conferenze in Italia, Giappone, Brasile, Spagna, Francia e molti altri paesi raccolti nel libro “Per la normalità” descriverà via via il percorso di ristrutturazione radicale dei servizi di salute mentale di Trieste, illustrandone i principi ispiratori.

Analizza i percorsi di deistituzionalizzazione e di “invenzione istituzionale” che hanno rivoluzionato l’organizzazione della psichiatria a Trieste e in molti altri luoghi in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei.

Contro l’accusa dei conservatori per i quali la chiusura dei manicomi corrisponderebbe all’abbandono dei malati, pubblica nel 1986 un testo dal titolo “Deistituzionalizzazione, un’altra via” tradotto poi in molte lingue in cui analizza l’assunzione di responsabilità nella pratica triestina nei confronti dell’intera comunità, e la profonda differenza con linee di politica pubblica negli USA e in alcuni altri Paesi.

Grande attenzione viene rivolta al mondo delle politiche attive di inclusione testimoniata anche dalla pubblicazione, alla fine degli anni ottanta, con Ota De Leonardis e Diana Mauri del volume “Per l’Impresa Sociale”.

L’esclusione sociale è in realtà in tutta l’opera pratica e teorica il nemico onnipresente, che proprio nell’area della psichiatria sembra trovare una sorta di coazione a ripetere omologa in tutto il mondo. Rotelli propone al contrario una pratica che, seguendo la premessa basagliana di “mettere tra parentesi la malattia mentale” tende a promuovere azioni positive in ogni campo e in ogni luogo, contro lo stigma, l’oggettivazione, la contenzione dei pazienti psichiatrici, enfatizzando la risposta a bisogni universali e ad una forma di giustizia complessa che deve dare di più anche in termini di qualità a chi ha meno o è più vulnerato o vulnerabile nella vita sociale.

Nel lavoro di Rotelli l’estensione dell’interesse dalla psichiatria a tutto il sistema sanitario sta dentro la ricerca di una medicina al servizio di un soggetto che si invera proprio in questo rapporto con la medicina o ne viene distrutto.

Si vuole un sistema sanitario che sappia confrontarsi con i problemi reali della vita delle persone, e quindi anche con i determinanti non sanitari della salute e con i legami comunitari.

Spesso Ospedali e Medicina tendono a spezzare questi legami quando invece proprio per una miglior prognosi di malattie potenzialmente invalidanti, il supporto dei contesti di vita e del “capitale sociale” appaiono indispensabili.

Viene quindi continuamente propugnata una più forte medicina pubblica del territorio e una riduzione del ruolo degli ospedali (così come, peraltro, di quello di tutte le “istituzioni totali“). La democratizzazione delle istituzioni pubbliche, la loro trasparenza e la loro efficacia, vengono perseguite come valori fondanti nel compito di direzione degli apparati sanitari che ha impegnato Rotelli per decenni.

L’azione e il pensiero di Franco Rotelli sono sempre state peraltro orientate dalla convinzione che “la fondamentale contraddizione del nostro tempo, sia quella tra istituzioni chiuse e istituzioni aperte, e che lavorare su questa dialettica debba essere impegno prioritario a livello politico, etico, scientifico, nelle organizzazioni sociali e nei rapporti interpersonali”.

Ne “l’Istituzione inventata” Almanacco di scritti e immagini, relativo a quarant’anni di lavoro dell’équipe di Trieste pubblicato nel maggio 2015, Rotelli disegna un percorso stra /ordinario pieno di atti e fatti costruiti attorno ai servizi di salute mentale e sanitari della città che diventano laboratori di senso, setting complessi in cui la vita intera viene a recitarsi, e dove se ne ricerca la dimensione affettiva, relazionale, collettiva, teatrale ed imprenditiva, tra regole e utopia.

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