Intersezionalità e pratica clinica: decostruire l’oppressione per una Cura Inclusiva

Intersezionalità e pratica clinica: decostruire l’oppressione per una Cura Inclusiva

Negli ultimi anni il dibattito pubblico e accademico sulle disuguaglianze sociali, sulle identità e sulle forme di oppressione ha assunto una crescente centralità nelle scienze sociali, nei movimenti e negli spazi culturali. In questo contesto, prospettive come l’intersezionalità, gli studi decoloniali e il pensiero queer offrono strumenti teorici e politici per interrogare criticamente le categorie attraverso cui interpretiamo il mondo e per mettere in discussione le gerarchie implicite che strutturano le relazioni sociali. La presentazione del libro Scritte corsare, intersezionali, decoloniali e queer di Laura Corradi, ospitata presso la Libreria I Fiori Blu, si è configurata come un momento di confronto e dialogo collettivo su questi temi. L’incontro ha rappresentato non soltanto l’occasione per discutere i contenuti del volume, ma anche uno spazio di riflessione condivisa sul rapporto tra ricerca accademica, esperienza politica e pratiche di solidarietà sociale.

Il volume raccoglie saggi che attraversano alcune delle questioni più rilevanti del dibattito contemporaneo nelle università, nelle scienze umane e sociali e nei movimenti, proponendo chiavi di lettura capaci di connettere teoria e pratica, analisi critica e prospettive di trasformazione sociale.

Laura Corradi, traveller ed ex operaia, è sociologa del corpo e scholar-activist. Ha conseguito un Ph.D. in Sociologia presso l’Università della California. Autrice di una quindicina di volumi e di centinaia di articoli, sia scientifici sia divulgativi, insegna Genere e scienza, Studi di genere e metodo intersezionale all’Università della Calabria, dove coordina le attività del Decolonial Feminist Queer LAB.

Intersezionalità e Pratica Clinica: decostruire l’oppressione per una Cura Inclusiva

Francesco D’Ascanio, Martina Pasquali

Il libro Scritte corsare, intersezionali, decoloniali e queer di Laura Corradi nasce dalla necessità di trasmettere l’eredità di trent’anni di ricerca e viaggi: il metodo intersezionale e la teoria queer, utilizzati non solo per le questioni LGBT+, ma anche per scardinare l’idea stessa di normalità. Il metodo intersezionale può apparire complesso, poiché consta di circa 26 categorie; tuttavia, nella ricerca queste vengono raggruppate in categorie di oppressione e privilegio a seconda della situazione. Ognuno di noi è attraversato da differenze e disuguaglianze determinate dal proprio posizionamento nella realtà, a partire dal background geopolitico. Come italiani, ad esempio, abbiamo una doppia identità (occidentale-mediterranea o centro-mediterranea), e possedere un passaporto occidentale è considerato un privilegio.

Questi posizionamenti risultano utili per comprendere la nostra composizione identitaria, includendo categorie flessibili come razza, etnia, cultura, lingua e religione. L’Islam, ad esempio, rappresenta sia una fede sia un’appartenenza culturale. Altre categorie includono età, generazione, genere, sessualità, abilità, aspetto e classe. Quest’ultima è definita dal reddito ma anche dallo status (come essere o meno proprietari di una casa) e dalla cittadinanza. Esistono poi lo status educativo e quello maritale; in alcune comunità, quest’ultimo determina la vita di una donna più di ogni altra cosa dopo il genere.

Il genere, la sessualità e persino il colore della pelle non sono categorie chiuse, ma si collocano lungo un continuum. Ad esempio, dal 1880 gli italiani negli Stati Uniti erano considerati persone di colore a causa di fattori economici e per il loro status di migranti, venendo definiti “bianchi” solo successivamente per ragioni di opportunità politiche, anche grazie al forte sindacalismo. Anche nella sessualità la scala Kinsey dimostra che non esiste una netta suddivisione tra eterosessualità e omosessualità; la bisessualità, che in alcune ricerche riguarda l’84-86% della popolazione, funge da grimaldello per mettere in discussione l’eteronormatività. Per studiare la sessualità non basta l’autorappresentazione, ma occorre considerare anche le dimensioni del comportamento e del desiderio.

L’Italia è un paese fortemente abilista, sia rispetto alle disabilità visibili sia a quelle invisibili. L’abilismo presuppone erroneamente che tutti abbiano le stesse abilità; tuttavia anche qui esiste un continuum: chiunque può esperire una disabilità nel corso della vita, a seconda del contesto in cui si trova. Decostruire queste categorie interconnesse diventa quindi fondamentale per ammettere i propri privilegi e creare alleanze politiche e coalizioni sociali.

Il concetto di discriminazione in ambito clinico psicologico

In ambito clinico, il concetto di discriminazione, intesa come esperienza di emarginazione, orienta il focus non tanto su un fenomeno sociale astratto, quanto sull’esperienza soggettiva e sui suoi effetti sul funzionamento emotivo, cognitivo e relazionale dell’individuo. La persona percepisce che una parte di sé (origine, corpo, orientamento, condizione sociale, salute mentale) viene giudicata negativamente. Questo mina il bisogno fondamentale di sentirsi integrata in un gruppo e genera spesso sentimenti di inferiorità, autosvalutazione e vergogna.

Un vissuto di discriminazione può contribuire allo sviluppo o al mantenimento di diverse condizioni psicopatologiche, tra cui ansia e depressione, bassa autostima, isolamento sociale, disturbi post-traumatici, disturbi dell’identità e comportamenti di evitamento.

L’identità narrativa rappresenta la storia che l’individuo costruisce su di sé. In alcune condizioni psicopatologiche, come nei disturbi psicotici, il sé può perdere coesione e confini, rendendo più fragile la continuità della narrazione identitaria.

Intersezionalità e prospettiva clinica

In questo senso, l’approccio intersezionale e la decostruzione delle categorie identitarie non rappresentano soltanto strumenti teorici, ma potrebbero costituire una lente clinica particolarmente utile per comprendere la complessità dell’esperienza umana. Ogni individuo porta con sé una trama di posizionamenti — di genere, classe, etnia, abilità, orientamento, status — che non agiscono in modo isolato, ma si intrecciano nel definire vulnerabilità, risorse e forme di oppressione.

Per la psicologia clinica, adottare una prospettiva intersezionale potrebbe significare evitare letture riduttive della sofferenza e aprire spazi terapeutici più inclusivi, capaci di accogliere identità fluide, storie non lineari e vissuti che spesso sfidano le categorie tradizionali. Significherebbe anche interrogare i propri privilegi, le proprie cornici culturali e le implicite gerarchie che possono influenzare la relazione terapeutica.

La clinica contemporanea difficilmente può prescindere dal considerare il desiderio, il comportamento e l’autorappresentazione come dimensioni interdipendenti dell’identità, né dal riconoscere il modo in cui i contesti sociali contribuiscono a plasmarle. In questa prospettiva, l’intersezionalità potrebbe rappresentare una possibilità per mettere in luce aspetti dell’esperienza soggettiva che nella pratica clinica tradizionale restano spesso poco considerati, favorendo la costruzione di alleanze, il riconoscimento della complessità dei vissuti e la promozione di pratiche di cura che non riproducano le stesse logiche di esclusione che talvolta generano sofferenza.