CPR Brindisi e detenzione amministrativa: storie, denuncia e realtà invisibili

CPR Brindisi e detenzione amministrativa: storie, denuncia e realtà invisibili

Il CPR di Brindisi è uno dei tanti centri di detenzione amministrativa presenti in Italia, luoghi spesso dimenticati in cui si consuma una delle più gravi violazioni dei diritti umani sul nostro territorio. In questo articolo vogliamo dare voce all’impegno della rete No CPR Brindisi, grazie alla testimonianza di due attiviste, Luciana Bova e Marica Capraro, intervistate da Radio 32 – la radio che ascolta per la serie di ‘Interviste Volanti‘ a cura di Laura Ressa.

Cosa sono i CPR e perché vanno chiusi

I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) sono strutture dove vengono trattenute persone migranti che non hanno commesso alcun reato, ma che si trovano in una condizione di irregolarità amministrativa. Luoghi dove il diritto alla libertà personale viene sospeso, senza un processo, senza garanzie giuridiche e senza la minima tutela della dignità umana.

Come spiegano le attiviste, il CPR di Brindisi si trova nella frazione di Restinco, in mezzo alle campagne, lontano dagli occhi e dal cuore della città. Una posizione strategica, scelta per nascondere alla vista ciò che accade quotidianamente al suo interno.

Il movimento No CPR Brindisi nasce proprio dal desiderio di rompere il silenzio su questi luoghi. Come recita il loro manifesto:

“No CPR Brindisi nasce per dire no, anzi per gridarlo.”

L’obiettivo è chiaro: chiudere sistematicamente i CPR in Italia e in Europa e porre fine alla detenzione amministrativa, una pratica disumana che colpisce le persone più vulnerabili.

Una lunga storia di resistenza

La storia dei CPR in Italia inizia con l’introduzione dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea) attraverso la legge Turco-Napolitano alla fine degli anni ’90, in seguito all’arrivo dei migranti albanesi in Puglia. A Brindisi, in particolare, la popolazione si mobilitò per accogliere, mentre altrove – come a Bari – lo Stato optò per la segregazione. Da qui nacquero i primi centri di contenimento.

Nel corso degli anni, questi centri sono cambiati solo nel nome, non nella sostanza: detenzione per motivi amministrativi, assenza di trasparenza, nessun supporto psicologico o sociale, rimpatri che quasi mai si concretizzano. Le testimonianze raccolte nel tempo parlano di un sistema che produce solo sofferenza e isolamento.

CPR di Restinco: un buco nero nel cuore della Puglia

Secondo un rapporto della Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili, il CPR di Restinco è definito un “buco nero”. Qui convivono due strutture: un centro di accoglienza per richiedenti asilo e il CPR stesso. Ma le differenze sono nette. Chi è nel centro di accoglienza può uscire e lavorare (non senza difficoltà), mentre chi è nel CPR è privato della libertà senza aver commesso reati.

Spesso le persone trattenute sono giovani, nel pieno della loro vita, e possono restare rinchiuse per fino a 18 mesi, una durata che prima non superava i 3 mesi. E a decidere questa forma di reclusione non è un giudice, ma la questura, in un sistema che si muove al di fuori del diritto, violando l’articolo 13 della Costituzione Italiana.

La disumanità quotidiana nel CPR di Brindisi: una realtà sistemica

Nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio come quello di Restinco (Brindisi), la quotidianità è sinonimo di annientamento psicologico. Le persone recluse — spesso senza aver commesso alcun reato — vengono trattenute per mesi, fino a 18 mesi, in condizioni disumane. La differenza tra “detenzione” e “trattenimento” è solo formale: nella pratica, si tratta di una vera privazione della libertà in un luogo in cui i diritti fondamentali vengono sospesi.

Nonostante ciò, come evidenziano le attiviste della rete No CPR Brindisi, oltre il 70% dei rimpatri non si realizza, spesso per mancanza di accordi bilaterali o fondi insufficienti. Queste persone vengono quindi rilasciate con un foglio di via, abbandonate a loro stesse, senza assistenza, senza un luogo dove andare. Alcuni cercano di raggiungere Bari per salire su un treno verso il Nord Europa. È il paradosso crudele di un sistema che imprigiona per “rimpatriare”, ma poi non rimpatria nessuno.

Il silenzio che uccide: salute mentale e abbandono

Il danno psicologico inflitto da questi centri è devastante. I racconti parlano di psicofarmaci distribuiti per sedare, di episodi di autolesionismo e di assenza totale di assistenza sanitaria adeguata. La direttrice stessa del CPR di Restinco, durante un convegno sulla salute mentale, ha confermato come le persone entrino sane e ne escano spezzate, con sintomi psichici gravissimi nel giro di poche settimane.

“Si impazzisce” — non è solo un modo di dire, ma la realtà quotidiana di chi vive lì.

Persino le condizioni materiali sono degradanti: niente mensa, pasti distribuiti nelle stanze, cibo avariato, e speculazione economica dietro ogni servizio mancato. I CPR diventano così una macchina che non produce giustizia, ma solo sofferenza e profitto.

Una narrazione tossica: migranti percepiti come minaccia

Il problema è anche culturale. I CPR, specialmente quello di Brindisi, sono invisibili alla maggior parte della popolazione, nascosti nelle campagne, militarizzati, protetti da muri e filo spinato. E così la percezione comune resta distorta: per molti, sono luoghi dove vengono rinchiusi “criminali stranieri”.

La narrazione dominante, alimentata da media e propaganda politica, trasforma le persone migranti in minacce: “rubano lavoro”, “portano insicurezza”, “devono essere espulse”. Questa falsa equivalenza — migrante = delinquente — alimenta l’indifferenza e l’ignoranza sul reale funzionamento dei CPR.

Eppure, come testimoniano le attiviste, moltissime delle persone recluse vivono in Italia da anni, sono integrate, lavorano, hanno famiglie. Il loro unico “reato”? Non avere i documenti in regola.

L’attivismo che resiste: informare per cambiare

A Brindisi, la rete No CPR continua a lottare contro l’invisibilità. Attraverso banchetti informativi, presidi, iniziative culturali, cerca di rompere il muro del silenzio, coinvolgendo la cittadinanza e creando consapevolezza.

“Il CPR non è un carcere, ma un carcere dove i diritti non esistono.”

Le attiviste denunciano anche l’opacità nella gestione dei centri. Alcuni enti gestori — più volte coinvolti in inchieste — continuano a ottenere affidamenti diretti per CPR, CARA e SAI, creando conflitti d’interesse e una rete di gestione poco trasparente. Un sistema in cui, troppo spesso, si guadagna sulla pelle di chi non ha voce.

Informare, resistere, cambiare: la battaglia civile per denunciare il CPR di Brindisi

Uno degli aspetti centrali dell’attività della rete No CPR Brindisi è la contro-narrazione. Nelle piazze, durante eventi pubblici e culturali, gli attivisti portano striscioni forti come “Qui vicino c’è un lager”, per attirare l’attenzione e spingere le persone a conoscere e reagire. L’obiettivo è chiaro: interrompere il silenzio che protegge l’esistenza dei CPR e creare una nuova consapevolezza sociale e politica.

Parallelamente, il movimento continua a interrogare le istituzioni, come la Prefettura di Brindisi, chiedendo accesso ai registri degli eventi critici e ad altri documenti, ma ricevendo nessuna risposta da anni. Ecco perché è stata inviata una lettera firmata da oltre 30 associazioni a tutti i consiglieri comunali e provinciali, chiedendo che la chiusura del CPR di Restinco venga discussa in consiglio comunale, anche senza competenza diretta sul tema, perché prendere posizione è un atto politico e civile.

Collaborazione e rete: una resistenza collettiva

L’impegno non è isolato. No CPR Brindisi lavora in rete con altre realtà nazionali come Mai più lager e In rete CPR, partecipando a un fronte comune contro i lager di Stato. Si condividono strategie, esperienze, informazioni, e si seguono i percorsi di trasferimento delle persone da un CPR all’altro, per fornire supporto legale, umano e psicologico.

Uno dei temi più recenti è l’allarmante accordo tra Italia e Albania per la costruzione di un CPR sul territorio albanese. Una misura che rientra nella più ampia strategia dell’esternalizzazione delle frontiere, già condannata da numerose organizzazioni internazionali. Le persone vengono deportate senza sapere dove stanno andando, in un’operazione segnata da opacità, propaganda e spreco di denaro pubblico.

“La sospensione del diritto diventa totale. Si viene portati via di notte, in un luogo ignoto, per un semplice illecito amministrativo.”

Marco Cavallo e il richiamo alla storia: lager e manicomi

Un’iniziativa significativa che punta a sensibilizzare l’opinione pubblica è quella di Marco Cavallo, simbolo della lotta alla segregazione psichiatrica voluta da Basaglia. Oggi Marco Cavallo visiterà i CPR d’Italia per denunciare le analogie tra i manicomi del passato e i CPR del presente: luoghi di esclusione, reclusione e negazione della dignità umana.

Anche Brindisi sarà una delle tappe. L’iniziativa mette insieme mondi diversi e realtà associative eterogenee che condividono un unico obiettivo: far conoscere la realtà dei CPR e ottenere la loro chiusura definitiva.

CPR: campi di esclusione nel cuore dell’Europa

Le riflessioni si fanno ancora più profonde con l’intervento finale, dove viene citato “Homo Sacer” di Giorgio Agamben: i CPR diventano zone d’eccezione, dove lo Stato sospende i diritti e agisce con potere sovrano puro. Le persone recluse sono ridotte alla nuda vita, spogliate di ogni tutela giuridica, e trattate come “colpevoli per identità” e non per comportamento.

Non viene punito ciò che si fa, ma ciò che si è: migrante.

Nel paradigma attuale, il migrante è criminalizzato per definizione, senza reato, senza colpa. Ecco perché i CPR non sono semplici strutture amministrative, ma istituzioni politiche, create per esercitare un controllo sistemico su soggetti vulnerabili, fuori dalla legge e fuori dallo sguardo pubblico.

La recente sentenza della Corte di Giustizia Europea rappresenta un passo fondamentale: stabilisce che spetta al giudice, e non allo Stato, decidere se una persona può essere trattenuta o rimpatriata, in base alla valutazione reale dei rischi nel paese d’origine. Un colpo importante al sistema automatico e disumanizzante dei rimpatri.


Perché è tempo di dire basta ai CPR

I Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono l’espressione più estrema di un sistema ingiusto, in cui la persona migrante viene privata di tutto, anche della propria umanità. Il CPR di Brindisi, come tutti gli altri CPR d’Italia, non è una soluzione, ma un problema: un luogo di sofferenza, isolamento e disumanizzazione.

La rete No CPR Brindisi dimostra che resistere è possibile. Attraverso l’informazione, l’attivismo, la rete e la pressione sulle istituzioni, è possibile immaginare un futuro senza CPR, fondato sul rispetto dei diritti, sull’inclusione e sulla dignità di tutte le persone.

CPR come simbolo: il potere dello Stato sui corpi e la narrazione da cambiare

I Centri di Permanenza per il Rimpatrio non sono solo luoghi fisici di detenzione: sono simboli politici, strumenti attraverso cui lo Stato esercita violenza e controllo, spesso su individui che non hanno commesso alcun reato. Non servono a regolare l’immigrazione, non risolvono nulla; al contrario, alimentano conflitto sociale, paura e propaganda securitaria.

Come emerso nel confronto tra attivisti e studiosi, i CPR sono pene esemplari, punitive per definizione, usate per comunicare un messaggio: “se sei migrante, possiamo rinchiuderti”. I milioni spesi per costruire nuovi CPR — o addirittura trasferire persone in Albania, come nell’accordo tra Italia e governo albanese — potrebbero essere investiti in modelli di accoglienza alternativi, solidi, umani e funzionanti.

La repressione delle alternative e la criminalizzazione della solidarietà

L’esempio di Riace è emblematico: un modello di accoglienza che ha ridato vita a borghi abbandonati del Sud Italia, creando inclusione e sostenibilità economica. Ed è proprio questo che ha spaventato: la possibilità di un modello virtuoso, riproducibile, fuori dal sistema di controllo e sfruttamento.

Quando l’accoglienza funziona e spezza la retorica del “problema migranti”, viene repressa.

Mimmo Lucano, e tanti altri protagonisti di esperienze simili, sono stati attaccati duramente. Perché? Perché minacciavano l’equilibrio di un sistema che si regge su irregolarità e ricattabilità. Come sottolineano gli attivisti, la condizione di migrante irregolare è funzionale a un modello economico che si fonda su sfruttamento e precarietà.

Decreto sicurezza e nuove repressioni: la criminalizzazione della resistenza

Il nuovo decreto sicurezza peggiora ulteriormente la situazione. Le persone trattenute nei CPR rischiano di commettere reato anche solo per aver rifiutato un pasto o protestato pacificamente. Un paradosso crudele: si passa da una detenzione amministrativa a una penale, con l’ingresso nelle carceri vere e proprie.

Non bastava essere rinchiusi senza processo; ora anche un gesto minimo di resistenza può trasformarsi in una nuova incriminazione.

“Chi non ha commesso reati, rischia il carcere per aver protestato contro una condizione disumana.”

Il tutto avviene sotto il controllo di giudici di pace, scelti come compromesso dall’Italia per rispettare, in modo formale e discutibile, i requisiti richiesti dall’Unione Europea in termini di tutela giuridica.

Il controllo sui corpi e la connessione con il sistema economico

Come affermato con forza dalle attiviste, la violenza sui corpi dei migranti è un atto politico ed economico. Il permesso di soggiorno è legato a un contratto di lavoro, rendendo le persone altamente ricattabili. Questo permette al sistema di sfruttare forza lavoro senza dover garantire diritti, mantenendo uno squilibrio che alimenta precarietà e profitto.

E non è solo una questione di classe: entra in gioco anche il genere. Le donne migranti subiscono spesso le forme peggiori di sfruttamento, doppie e triple violenze, e la loro invisibilità accentua l’impunità di chi abusa del potere.

Anche la mancanza di libertà di movimento a livello globale — causata da confini, documenti e barriere giuridiche — diventa strumento di controllo. È la logica dell’esclusione e della sorveglianza, di un potere che si esercita sui “corpi indesiderati”, riducendoli a vite sospese, senza diritti e senza voce.


Ribellarsi, informare, costruire alternative

Nel corso dell’intervista e dell’incontro, emerge un concetto chiave: la prima solidarietà va a chi si ribella, spesso rischiando il proprio corpo come unico strumento di protesta. È successo a Crotone, dove il CPR è stato chiuso solo dopo la sua distruzione a seguito della morte di un ragazzo marocchino.

È per questo che iniziative come quella di Marco Cavallo, simbolo della lotta contro i manicomi, oggi portato davanti ai CPR, hanno un valore enorme: rendere visibile l’invisibile, unire realtà diverse, scuotere coscienze.


Verso un’altra visione: il futuro è nelle mani di chi lotta

Il CPR non è solo un luogo di detenzione: è il cuore pulsante di un sistema disumanizzante, che sfrutta, reprime e divide. Ma ogni giorno, in tutta Italia, reti di attivisti lavorano per cambiare le cose: informano, si mobilitano, costruiscono alternative.

Riace, Caulonia, i borghi abbandonati che rinascono grazie ai migranti, ci mostrano che un altro modello è possibile.

Basta CPR. Basta lager di Stato. Costruiamo una società fondata su accoglienza, dignità e libertà.


Dalla testimonianza all’azione: come l’attivismo può davvero cambiare le cose

Nel cuore dell’intervista con le attiviste di No CPR Brindisi emerge un messaggio chiaro e potente: l’attivismo funziona. Nonostante le difficoltà, l’opposizione e l’indifferenza istituzionale, ogni gesto, ogni iniziativa concreta può trasformarsi in un cambiamento reale per la vita di qualcuno.

Un esempio? Durante la diretta è arrivata la notizia che due persone appena rilasciate dal CPR di Restinco sono state aiutate a raggiungere la stazione, con i biglietti acquistati grazie alle donazioni della rete. Una piccola azione, certo, ma che rappresenta una grande vittoria umana.

“Parole e azioni insieme possono davvero fare la differenza.”

CPR in Italia: una rete che disumanizza e deporta

Come sottolineato, i CPR non seguono una logica territoriale: una persona fermata a Milano può essere trasferita a Brindisi, e una volta liberata, viene semplicemente “buttata fuori”, senza soldi, senza orientamento, senza supporto. Tutto questo in nome della sicurezza, della gestione “ordinata” dell’immigrazione, che in realtà è solo abbandono mascherato da ordine.

Questo è il volto della disumanizzazione sistemica. Fortunatamente, esistono realtà come No CPR Brindisi, le reti solidali di Roma, e tante altre che ogni giorno si prendono cura delle persone abbandonate dallo Stato.

Marco Cavallo in cammino: un simbolo di libertà

Il progetto di portare Marco Cavallo in giro per l’Italia — da Gradisca a Brindisi, passando per Milano, Roma e Bari — è un filo narrativo che unisce tutte le esperienze e i territori toccati dal dramma dei CPR. Il simbolo creato da Franco Basaglia, emblema della liberazione dei corpi e delle menti, oggi si trasforma nel portavoce delle persone recluse nei centri di permanenza per il rimpatrio.

Un’iniziativa difficile anche da un punto di vista logistico, ma fondamentale per dare visibilità e scuotere le coscienze. Sono aperte anche raccolte fondi per sostenere i costi del trasporto e dell’organizzazione delle tappe.

Cosa possiamo fare, tutti noi

Uno dei messaggi più forti emersi dalla trasmissione è che ognuno di noi può fare qualcosa. Ecco alcune azioni concrete:

  • 📣 Informarsi e informare: parlare di CPR con amici, familiari e colleghi.
  • 🗳️ Chiedere alle rappresentanze politiche di esprimere una posizione pubblica.
  • 🧾 Partecipare a banchetti e assemblee pubbliche.
  • 💬 Condividere contenuti e testimonianze sui social.
  • 💰 Donare o raccogliere fondi per le attività di sostegno e accoglienza.
  • 🤝 Essere presenti, in piazza, sul territorio, accanto alle persone.

“I diritti di tutte e tutti appartengono a ciascuno di noi.”

L’importanza di esserci

L’incontro si è concluso con un abbraccio collettivo virtuale, carico di emozione, gratitudine e determinazione. Le voci diverse che si sono alternate — attiviste, avvocati, giornalisti, cittadini — hanno creato un mosaico di resistenza, dove ciascun frammento è necessario per costruire un’alternativa.

“Teniamoci strette. Non possono vincere loro.”

È questa la forza dell’attivismo: non solo denuncia, ma costruzione di comunità, cura reciproca e impegno condiviso per un mondo più giusto. I CPR sono il simbolo di un sistema che va smantellato. Ma ogni azione, anche piccola, può essere il primo passo verso la loro chiusura definitiva.


Per un’altra Italia possibile

In tutto il nostro territorio esistono persone e comunità che lottano ogni giorno per la dignità umana. L’esperienza di No CPR Brindisi è la dimostrazione che informare, denunciare, resistere e proporre alternative è non solo necessario, ma possibile. Il futuro che immaginiamo è quello di un’Italia senza CPR, senza esclusione, senza paura.

Una società dove i diritti non dipendono da un documento, ma dall’essere umani.