Costruire Comunità Inclusive: Attivismo, Accessibilità e Vita Indipendente

Costruire Comunità Inclusive: Attivismo, Accessibilità e Vita Indipendente

Nel cuore del quartiere Pigneto, storico e sempre più gentrificato angolo di Roma, Radio 32 organizza momenti di incontro e confronto all’interno dei Fiori Blu, piccola libreria condivisa, spazio culturale vissuto e gestito da associazioni e cittadini che animano il quartiere fuori da logiche strettamente economiche e commerciali. In questo contesto abbiamo incontrato Simone Riflesso, designer dell’informazione e per l’impatto sociale, attivista intersezionale e facilitatore per gruppi di persone con disabilità e neurodivergenti.

Simone Riflesso: attivismo tra accessibilità e sperimentazione sociale

Tra gli ospiti della giornata, Simone Riflesso si presenta come attivista, comunicatore e sperimentatore di pratiche sociali legate all’accessibilità. Nonostante la sua riservatezza rispetto ai social, Simone è coinvolto in diverse realtà associative che incarnano i suoi valori e interessi. È presidentessa dell’associazione Caratteri Cubitali, attiva nel campo dell’accessibilità digitale, con un focus sul diritto alla lettura per persone cieche, ipovedenti, dislessiche e con disturbi dell’apprendimento. Simone porta anche la sua esperienza personale nel dialogo, raccontando il proprio percorso con la disabilità, iniziato sei anni fa. Si definisce “un disabile giovane”, ancora in una fase esplorativa della propria identità e dei propri diritti. Tra le sue attività, spicca il coinvolgimento con ENIL Italia, la sezione nazionale della rete europea per la vita indipendente, e con Progetto Rena, una realtà che si occupa di formazione per associazioni, focalizzandosi sulle pratiche inclusive e partecipative.

Progetto Rena: formazione, accessibilità e protagonismo civico

Progetto Rena si distingue per la sua visione innovativa e sperimentale. Tra le attività più note dell’associazione, vi è una summer school annuale dedicata a temi come il cambiamento sociale, la giustizia sociale e gli strumenti per l’attivismo civico. L’organizzazione di questa scuola estiva, che si tiene nella splendida — ma poco accessibile — città di Matera, ha spinto Simone e l’associazione a innovare profondamente le modalità di partecipazione. Uno degli esperimenti più significativi è stata la creazione di un vero e proprio ambiente online accessibile, pensato per garantire la partecipazione anche a chi non può spostarsi fisicamente. Dopo la pandemia, infatti, il tema dell’accessibilità digitale sembra essere sparito dai radar, ma per molte persone — con disabilità, residenti in periferia o in aree rurali, caregiver — la possibilità di partecipare a distanza è ancora fondamentale.

L’idea dell’“avatar”: prestare il corpo, costruire relazioni

Una delle soluzioni più creative emerse all’interno del Progetto Rena è stata l’introduzione dell’“avatar” umano: una persona presente fisicamente che, tramite telefono, si collega con chi partecipa da remoto, prestando il proprio corpo per consentirne l’interazione con il gruppo.

Questo approccio consente una partecipazione più immersiva: chi è a casa può ascoltare, parlare, vedere e persino familiarizzare con i partecipanti presenti, riducendo il senso di esclusione spesso vissuto nelle attività ibride. È una pratica che va oltre la semplice comunicazione digitale, diventando un vero strumento di relazione.

Simone sottolinea come l’obiettivo dell’attivismo non sia solo “produrre risultati”, ma costruire relazioni di fiducia. Per lui, creare legami è la base per poter fare cose insieme, un aspetto fondamentale soprattutto per chi — come lui stesso — ha vissuto difficoltà nel creare fiducia anche in contesti attivisti.

Ripensare l’accessibilità: partire da chi è a casa

In Progetto Rena si è quindi sviluppato un approccio radicale ma semplice: le attività si costruiscono partendo da chi non può partecipare in presenza. Questa inversione di priorità porta a un modello più giusto, che riconosce i vincoli materiali delle persone e ne fa il punto di partenza per l’azione collettiva.

Molti incontri si tengono in spazi fisici inaccessibili, senza riscaldamento, in orari o luoghi poco raggiungibili. Questo esclude di fatto non solo persone con disabilità, ma anche lavoratrici, persone che vivono in periferia, caregiver e chiunque viva condizioni di marginalità logistica o sociale.

Una pratica da estendere: l’accessibilità come prerequisito politico

La sperimentazione condotta all’interno del Progetto Rena si dimostra un modello trasferibile ad altri contesti, capace di rispondere a esigenze trasversali. Il discorso si amplia così verso un ripensamento complessivo dell’attivismo e della partecipazione politica, che non può più prescindere da una visione inclusiva, accessibile e relazionale. Non si tratta solo di “aggiustare” eventi già pensati, ma di progettarli fin dall’inizio per essere accessibili.

“Sonda Pride”: intersezionalità e accessibilità nei contesti LGBTQIA+

Uno dei progetti più interessanti emersi dal lavoro di Simone è stato “Sonda Pride”, una ricerca condotta nel 2022 nata dalla volontà di esplorare l’intersezione tra disabilità e identità queer. Come persona disabile e gay, Simone si è trovato spesso a riflettere sulla mancanza di spazi realmente accessibili all’interno della comunità LGBTQIA+. La tesi di laurea si è trasformata in un’occasione di indagine collettiva. Partendo da un’assenza di preparazione accademica sul tema, Simone ha reagito cercando le risposte nella pratica e nelle esperienze delle persone. Le ricerche internazionali evidenziavano una mancanza strutturale: le persone disabili LGBTQIA+ denunciano la scarsità di contesti sicuri in cui poter vivere le proprie identità in maniera piena e riconosciuta.

Dati, consapevolezza e disallineamenti: il doppio sondaggio

Per portare consapevolezza all’interno delle associazioni LGBTQIA+, Simone ha preso in esame i Pride, evento centrale della militanza queer. Ha così ideato un sondaggio da inviare agli organizzatori dei Pride elencati sulla piattaforma Onda Pride, chiedendo se e come avessero previsto misure di accessibilità. Da qui il nome del progetto: Sonda Pride, un gioco di parole tra “Onda” e “sondaggio”, ironico ma incisivo. I risultati raccolti sono stati pubblicati in modo trasparente, mostrando un quadro tutt’altro che incoraggiante. L’iniziativa ha avuto risonanza proprio perché basata sulle dichiarazioni degli stessi organizzatori, offrendo una fotografia reale delle pratiche e delle lacune esistenti.

Ma Simone è andato oltre. Ha realizzato un controsondaggio rivolto a persone disabili e neurodivergenti che avevano partecipato ai Pride, con le stesse domande. I due set di risposte sono stati messi a confronto, e purtroppo i dati confermavano le criticità: accessibilità dichiarata che non corrispondeva all’esperienza vissuta.

Dai dati all’azione: co-creazione e brainstorming

L’impatto della ricerca non si è fermato alla denuncia. In collaborazione con Progetto Tiresia di Padova, Simone ha promosso un focus group con persone con diverse disabilità, incluse disabilità cognitive e autismo. L’obiettivo: creare insieme una lista di suggerimenti concreti per migliorare l’accessibilità e la partecipazione. Non un vademecum rigido, ma un elenco vivo di pratiche e riflessioni nate dal confronto diretto. Una delle prime cose affermate? L’accessibilità non si impone dall’alto, ma si costruisce insieme, a partire dal coinvolgimento attivo delle persone con disabilità nei processi decisionali.

Cos’è un “safe place”? Riflessioni sullo spazio sicuro

Ma che cos’è, in concreto, un safe place? Simone prova a definirlo in modo non accademico, partendo dall’esperienza vissuta. Un safe place è uno spazio dove chiunque, con il proprio funzionamento, si sente a proprio agio. Significa sentirsi emotivamente al sicuro, liberi da microaggressioni, stereotipi o linguaggi offensivi. È uno spazio dove si può partecipare pienamente, essere ascoltati, contribuire, e persino fare la differenza.

Creare un safe place implica dare per scontata la presenza di persone con disabilità, non trattarla come eccezione. Questo significa pensare a tutte le forme di disabilità, incluse quelle cognitive, intellettive e psichiatriche, spesso invisibilizzate e stigmatizzate. Simone fa notare che l’assenza di alcune persone in certi spazi dovrebbe essere un campanello d’allarme, non una coincidenza.

Lentezza, semplicità e cura: gli ingredienti dell’inclusione

Tra le pratiche suggerite per rendere uno spazio realmente inclusivo:

  • Rallentare i ritmi: creare spazi dove ci sia il tempo per tutti di comprendere e contribuire.
  • Usare un linguaggio semplice, accessibile a chi ha difficoltà cognitive o linguistiche.
  • Garantire una comunicazione non violenta, evitando che il confronto diventi un campo di scontro.
  • Gestire i conflitti in modo empatico, permettendo a tutte le persone di sentirsi a proprio agio, anche quando emergono divergenze.
  • Stabilire regole chiare di comportamento condiviso: nessun razzismo, sessismo, omotransfobia.
  • Dichiarare i propri pronomi all’inizio degli incontri.
  • Descrivere brevemente il proprio aspetto quando si è in assemblee ibride o online, per includere anche chi non può vedere.

Tutto questo, ammette Simone, richiede più tempo, più energia, più sforzo. Ma è il prezzo necessario per creare una partecipazione reale e sostenibile. Spesso, in assemblee più lente, si produce di meno. Ma se il risultato è uno spazio dove tutti stanno bene, allora è un prezzo che vale la pena pagare.

La cura collettiva del contesto, il “come stiamo insieme”, diventa allora il punto di partenza di ogni attività politica. È da lì che si può davvero cominciare a costruire qualcosa di nuovo.

Cura, lentezza e il valore dell’errore: un’altra idea di attivismo

Creare spazi sicuri e inclusivi significa anche accettare l’errore come parte del percorso collettivo. Quando la cura è al centro delle relazioni, sbagliare non diventa un fallimento, ma un’occasione per costruire fiducia. Questo aspetto è strettamente connesso al concetto di ambiente sicuro, dove il permesso di sbagliare diventa uno dei presupposti fondamentali per sentirsi davvero accolti.

Simone riflette su come questi principi, sebbene profondamente umani, siano difficili da affermare nel contesto sociale attuale, dominato da ritmi veloci e produttività. Anche nel mondo dell’attivismo sociale si è assistito, soprattutto dopo la pandemia, a un’accelerazione nelle dinamiche organizzative. La tendenza a “fare sempre di più” può paradossalmente escludere proprio chi avrebbe più bisogno di tempo, spazio e ascolto per partecipare.

La sfida al modello performativo: militanza e disabilità

Simone propone una lettura radicale ma lucida: la marginalizzazione passa anche attraverso la logica della performance. In un sistema che misura il valore delle persone attraverso ciò che fanno, quanto producono, quanto sono presenti e visibili, le persone con disabilità vengono automaticamente svantaggiate. La militanza viene spesso legata a un’attività esterna, rumorosa, costante. Chi è più lento, chi ha esigenze diverse, rischia di essere lasciato indietro.

In questo senso, l’approccio della cura condivisa e promiscua si pone come alternativa concreta. Simone cita Il Manifesto della Cura, un piccolo ma prezioso volume che propone una cura queer, cioè una cura per chi non conosciamo, rivolta agli estranei, a chi non rientra nelle nostre reti affettive immediate. Una cura generativa e inclusiva, che ribalta i presupposti della cultura dominante.

Cos’è “queer”? Un concetto identitario e politico

Durante la conversazione, Simone viene invitato a spiegare in modo semplice il significato di “queer”. Il termine, originariamente utilizzato in modo dispregiativo (e che significa “strano”, “storto”), è stato riappropriato dalla comunità LGBTQIA+ come termine ombrello per tutte le identità non conformi: lesbiche, gay, bisessuali, trans, intersessuali, asessuali, e così via.

“Queer” è quindi l’opposto di “straight”, che in inglese vuol dire sia “eterosessuale” che “dritto”. Il queer è ciò che è trasversale, che esce dai binari, che si muove fuori dalla norma. Questa etimologia offre una metafora potente: queer è tutto ciò che non rientra nei binari predefiniti della società, sia a livello di genere che di funzionamento corporeo, relazionale o sociale.

Simone sottolinea come la disabilità possa essere vista come intrinsecamente queer: fuori norma, non conforme, non allineata al modello dominante. E dunque, parte naturale di questo universo ampio e complesso.

Cosa c’entra il “creep”? La memoria dei movimenti disabili

Durante lo scambio emergono riferimenti affettuosi al termine “creep”, usato con ironia e orgoglio per descrivere un’identità fuori standard. Viene citato il documentario Crip Camp, che racconta i primi campi estivi per persone con disabilità negli Stati Uniti, luoghi fondamentali per la nascita dei movimenti di liberazione e autodeterminazione. Questa memoria collettiva è parte dell’identità politica di chi oggi continua a lottare per l’accessibilità e l’inclusione.

Generatività, non performance: un nuovo modo di stare insieme

Uno dei concetti chiave emersi nella riflessione di Simone è quello di spazi non performativi, ma generativi. In assemblee e incontri, l’obiettivo non è “fare bella figura” o dimostrare qualcosa, ma creare qualcosa insieme. Anche il conflitto, se affrontato in modo rispettoso e consapevole, può diventare generativo.

Simone esprime la propria vicinanza all’idea che il conflitto, quando gestito con cura, è una risorsa per la crescita dei gruppi. Ma come si fa a evitare che il conflitto diventi distruttivo, soprattutto in comunità con persone vulnerabili o molto sensibili?

La risposta sta nelle regole condivise, nelle “basi di comportamento” che vengono esplicitate all’inizio di ogni lavoro di gruppo. Durante l’ultima Summer School del Progetto Rena, si è partiti proprio da qui: le condizioni fondamentali per lavorare bene in gruppo. Questo ha permesso di rendere visibili le esigenze di ognuno e costruire un terreno comune.

Conflitto come occasione di trasformazione collettiva

Durante i laboratori della Summer School, il conflitto è stato messo al centro. Si è cercato di creare uno spazio in cui non solo fosse possibile esprimere dissenso, ma anche emozioni complesse come rabbia, frustrazione, tristezza. L’obiettivo era rendere possibile il disaccordo senza compromettere il benessere del gruppo.

In una delle esperienze raccontate, i partecipanti sono riusciti a “ritornare alle regole condivise” quando il conflitto è emerso. Questo ha permesso al gruppo di affrontare la tensione senza fratture, dando spazio alle emozioni ma anche alla responsabilità collettiva. Il risultato? Un’epifania collettiva, la dimostrazione concreta che le pratiche condivise funzionano davvero se sono costruite insieme e rispettate da tutti.

Oltre la maggioranza e l’unanimità:

Infine, si affronta un tema tanto delicato quanto centrale: come prendere decisioni in presenza di conflitti? Si va per maggioranza o per unanimità? Simone introduce qui un’altra pratica sperimentata all’interno delle sue associazioni, in particolare nel Progetto Rena: la sociocrazia.

La sociocrazia è un metodo che punta a distribuire il potere in modo orizzontale, evitando gerarchie e promuovendo una partecipazione realmente democratica. Si basa su processi decisionali che non escludono il dissenso, ma lo integrano nella costruzione del consenso. In questo modo, nessuna voce viene messa a tacere, e il gruppo riesce a evolvere includendo la diversità dei punti di vista.

Decisioni collettive: il metodo dell’assenso

Nelle pratiche sperimentate da Simone e dalle realtà con cui collabora, la presa di decisioni collettive non avviene né per maggioranza né per unanimità. Al centro c’è invece il principio dell’assenso: una proposta viene accolta se nessuno si oppone esplicitamente, e in caso di dissenso si attiva un processo di negoziazione aperta.

Chi esprime perplessità è invitato a proporre un’alternativa o a spiegare quali modifiche renderebbero accettabile la proposta. In questo modo, la decisione non diventa un muro contro muro, ma un’occasione per generare soluzioni condivise. È un metodo che favorisce l’ascolto profondo e il dialogo, molto più delle votazioni tradizionali.

Simone sottolinea come questa modalità sia già praticata inconsapevolmente da molti, specie da chi assume un ruolo di facilitatore nei gruppi. È un approccio che valorizza la generatività, cioè la capacità di trasformare anche la critica in proposta, e lo scontro in cooperazione.

Libertà, conflitto e rispetto: la cura come fondamento

Questa modalità di confronto è molto affine anche a pratiche libertarie e anarchiche, dove da tempo si riflette sul modo di decidere in modo collettivo e paritario. Simone e i suoi interlocutori concordano su un punto centrale: qualsiasi decisione, anche quando porta a percorsi diversi tra le persone coinvolte, deve nascere dal rispetto reciproco e dalla cura.

Si può essere in disaccordo, ma partendo dalla certezza di volersi bene e volere il bene collettivo. Questa cura reciproca è il vero fondamento dell’azione condivisa. È un atteggiamento che può sembrare “infantile”, persino ingenuo, ma che in realtà si rivela una scelta politica radicale.

La spontaneità contro il leaderismo

Il comportamento infantile viene spesso considerato inaccettabile negli adulti, perché associato a debolezza, mancanza di controllo o incompetenza. Ma Simone propone un ribaltamento completo: recuperare la spontaneità, la curiosità e la sincerità dei bambini è una forma di resistenza all’individualismo adulto, performativo e competitivo.

Nel mondo dell’attivismo, comportarsi “come bambini” significa costruire fiducia, cooperazione, amicizia. Significa rifiutare il leaderismo, la figura del “capo” carismatico, per promuovere invece la collaborazione orizzontale. Come dice Simone: “I bambini non vogliono essere leader, vogliono giocare assieme”.

È una posizione antiabilista, antiperformativa, anticapitalista. E soprattutto umana.

Attivismo e amicizia: un nuovo paradigma

In questo senso, attivismo e amicizia non sono due cose separate. L’attivismo diventa efficace solo se fondato su relazioni reali, non strumentali. E per creare relazioni autentiche bisogna saper rallentare, ascoltare, accogliere, senza il filtro delle aspettative adulte e del controllo.

Quando si parla di pratiche politiche alternative, spesso si dimentica quanto la semplicità di un legame sincero possa essere rivoluzionaria. Volersi bene diventa la base di ogni processo trasformativo.

Tecnologie, social e disabilità: tra opportunità e burnout

La riflessione finale si sposta sul tema della comunicazione digitale. I social network, spesso visti come strumenti di connessione e visibilità, possono essere per alcune persone ambienti tossici e opprimenti, soprattutto a livello emotivo.

Simone lo dice chiaramente: “Ho smesso di stare sui social e ho iniziato a stare meglio”. Dopo il 7 ottobre — data che segna un cambiamento nel clima sociale e politico globale — ha avuto un burnout e ha deciso di abbandonare i social, sostituendoli con libri e video su YouTube, in particolare per approfondire il conflitto israelo-palestinese e avvicinarsi a nuove prospettive.

Oggi utilizza i social solo per necessità, con consapevolezza critica. Riconosce come questi strumenti siano strutturati per premiare la comunicazione aggressiva, semplificata, assertiva, anche nel mondo dell’attivismo per la disabilità. Esistono vere e proprie “influencer della disabilità”, spesso alla ricerca di like più che di cambiamento reale.

Ripensare i social: tornare all’ingenuità

Simone propone allora un approccio alternativo: usare i social “come bambini”, con quella stessa spontaneità e libertà da cui è partita tutta la sua riflessione. Questo significa non lasciarsi condizionare dagli algoritmi, non puntare alla performance, ma usare i social come strumenti, non come ambienti dominanti.

La comunicazione non deve per forza diventare contenuto da vendere. Può essere relazione, scoperta, spazio di ascolto, anche online. Ma solo se siamo disposti a riscoprire un modo più ingenuo, umano e imperfetto di comunicare.

Oltre i social: una comunicazione più umana e sostenibile

Simone chiude il suo intervento con una riflessione personale e toccante sul rapporto con i social network. Dopo aver vissuto un momento di disagio emotivo legato all’eccessiva esposizione digitale, ha deciso di prendersi una pausa e ridefinire il proprio modo di comunicare e partecipare.

Pur riconoscendo l’importanza dei social come strumenti di visibilità, Simone sottolinea quanto spesso questi ambienti incoraggino comportamenti performativi e competitivi, anche all’interno delle comunità attiviste, incluse quelle legate alla disabilità. L’ansia da algoritmo, la ricerca costante di like, l’aggressività dei confronti online: tutto questo rischia di trasformare la comunicazione in una gara e la militanza in uno spettacolo.

Così, da una crisi è nata una scelta: tornare a fare le cose che lo fanno stare bene, come leggere, studiare, fare ricerche su temi delicati come gli abusi nelle residenze per persone disabili. Un modo concreto di dare un contributo reale, senza il bisogno di esibirsi.

Questa transizione ha portato Simone a vivere il proprio attivismo in modo più intimo e sostenibile. Non più sui social, ma attraverso la ricerca, la sperimentazione, il lavoro silenzioso sull’accessibilità, sempre mettendo al centro il benessere personale e collettivo.

Come lui stesso ammette, non si considera più un “attivista” in senso tradizionale. L’etichetta gli sembra superflua, a tratti persino problematica. Quello che conta, per lui, è fare cose che gli interessano, imparare, sperimentare, creare valore per sé e per gli altri. Anche se questo significa evitare luoghi malsani, uscire dai radar, o non essere riconosciuto da chi misura l’impegno con la visibilità.

Fare le cose che ci fanno stare bene

Il nuovo equilibrio di Simone si fonda su una scelta semplice, ma potente: seguire ciò che lo fa stare bene, che si tratti di analizzare dati in un foglio Excel, scrivere articoli, o contribuire a progetti legati all’accessibilità. Ogni azione, anche la più “tecnica” o nascosta, può essere un gesto politico, se nasce dalla volontà di migliorare la vita collettiva.

È un messaggio profondo, che ci invita a ripensare l’attivismo non come dovere, ma come relazione. Una pratica da coltivare con attenzione, lentezza e rispetto dei propri limiti, senza dimenticare che anche il benessere è una forma di resistenza.