L’importanza di riconoscere le emozioni in tempi di pandemia


In questo podcast, estratto dalla diretta ‘I Cocciutissimi’, in onda ogni lunedì alle 18, parliamo dell’importanza di sapere riconoscere le emozioni, soprattutto in questo periodo di Pandemia.

Ne parliamo con il dott. Stefano Ventura, psicologo, dottore di ricerca in psicologia sociale, counselor e istruttore di protocolli mindfulness secondo le linee guida dello UK Network for Mindfulness.

“La psicologia è una passione che ha da sempre animato la mia vita. Ho conosciuto la pratica della psicoterapia come paziente, scoprendo direttamente il valore della consapevolezza di sé: comprendere le nostre emozioni, i nostri desideri e le nostre convinzioni – aspetti spesso nascosti tra le pieghe dei nostri pensieri- può farci ritrovare una libertà e un benessere inaspettati. La sofferenza spesso nasce non da qualcosa di “sbagliato” in noi, ma dalla difficoltà a cambiare punto di vista.

Ecco perché chiarire pensieri, emozioni e relazioni dei e con i miei pazienti è il cuore e l’obiettivo della mia pratica clinica, ispirata al rispetto e all’empatia.”

Cogliamo l’occasione per parlare con lui dell’impatto che la Pandemia e delle restrizioni legate all’emergenza sanitaria, sta avendo sulla nostra salute mentale.

Parliamo di pandemic fatigue, di #social, di #emozioni e non solo.

Cos’è la pandemic fatigue?  Riportiamo e parole del professor Marco Vitiello, psicologo del lavoro e delle organizzazioni e coordinatore “Lavoro” per l’Ordine degli psicologi del Lazio, riportate da sanitainformazione.it:

«La nostra psiche può generare delle sostanze che hanno un effetto fisiologico sul nostro corpo. La melatonina e il cortisolo ad esempio: la prima che porta a spossatezza e appesantimento fisico e il secondo che invece induce l’eccessivo stress», analizza tecnicamente l’esperto.

«L’esplosione di queste due polarità genera quasi un burnout proprio perché non è possibile vedere un orizzonte chiaro di miglioramento di questa situazione», aggiunge. La pandemic fatigue dunque, dipende più di tutto dal tempo. Un valore a cui la modernità ci ha abituato a dare il massimo peso e che adesso ci scorre davanti lasciandoci impotenti, tra quarantene e isolamenti.“.

Questa situazione va a incidere sul nostro equilibrio mentale, amplificando sintomi e dinamiche personali, aumentando in modo esponenziale l’aggressività, e diverse conseguenze emotive e comportamentali molto simili alla cosiddetta ‘sindrome da istituzionalizzazione’.

Come bel riportato dal sito Counseling Italia: “La sindrome da istituzionalizzazione è una condizione psicopatologica che è possibile riscontrare sia in soggetti sottoposti ad una lunga permanenza in istituzioni chiuse (come case di cura, ospedali psichiatrici, prigioni, orfanotrofi) sia anche in soggetti la cui struttura di vita sia improntata al rispetto di rigide e restrittive regole comportamentali (come ad esempio appartenenti ad ordini religiosi, sette, comunità isolanti, gruppi familiari problematici). E’ denominata in Letteratura come “nevrosi istituzionale” ed è generalmente caratterizzata da chiusura in se stessi, indifferenza verso il mondo esterno, apatia, regressione a comportamenti infantili, atteggiamenti stereotipati, rallentamento ideico; è inoltre possibile che il soggetto elabori convinzioni deliranti di tipo consolatorio: i cosiddetti “deliri istituzionali.”

In altre parole, stiamo tutti provando sulla nostra pelle, gli effetti psicologici della restrizione della libertà personale, situazione ben conosciuta dalle persone che, per problemi di salute e/o problemi legati alla marginalità sociale, vivono la propria vita in contesti istituzionali chiusi (cliniche, residenze sanitarie, carcere).