Il ‘Peer Specialist’ in Salute Mentale: quando la propria esperienza diventa una competenza preziosa


Intervistiamo il dott. Marcello Maviglia, psichiatra e specialista in tossicodipendenza, ricercatore nel contesto dei determinanti sociali della salute mentale, attivista e promotore dei principi che facilitano il Recovery degli individui. Il Supporto tra pari, così come il lavoro di rete attorno alla persona con disagio mentale svolto da operatori ed educatori qualificati, riduce i ricoveri ospedalieri e le istituzionalizzazioni. Perché? Perché il supporto alla persona con disagio mentale, vista nella sua globalità, fa la differenza.
La prossimità e la tempestività nella gestione delle crisi emotive fanno la differenza. 
Nel lavoro in salute mentale conta la qualità, ma anche la quantità e la possibilità di esserci al momento giusto. E la qualità del supporto ‘di chi ci è passato’ può divenire una grande risorsa.

Per comprendere a pieno in contenuti dell’intervista è bene soffermarsi su alcuni concetti chiave: ‘recovery’, ‘guarigione sociale’, ‘supporto tra pari’.

“Cosa si intende per Recovery in Salute Mentale?

La definizione più accreditata di recovery afferma che essa è “un processo profondo e unico di cambiamento delle attitudini, valori, sentimenti, obiettivi, abilità e ruoli. Sentirsi realizzati vivendo una vita soddisfacente, piena di speranza nonostante le limitazioni causate dalla malattia. Recovery comporta lo sviluppo di nuovi significati e apprendimenti nella vita di una persona che cresce e si sviluppa oltre gli effetti catastrofici della condizione patologica” (Anthony, 1993). 

(http://www.sportellotiascolto.it/de-istituzionalizzare-la-…/)

Tale concezione nasce e si sviluppa, per la prima volta, grazie al fondamentale lavoro del dott. Franco Basaglia e della sua equipe, prima a Gorizia e poi a Trieste, lavoro che dimostra come si possa affrontare la ‘malattia mentale’ in modo totalmente diverso, mettendo al centro la persona e non la malattia, focalizzandosi sul rispetto dei suoi diritti, sul dialogo, sul mantenimento di una qualità di vita, che il manicomio non consentiva, aggravando di fatto la condizione di salute delle persone con disagio mentale grave, attraverso l’istituzionalizzazione, portatrice di per sé di gravi disagi e compromissioni.

Curare fuori da istituzioni chiuse, permise di incontrare il disagio mentale in modo diverso, di conoscerlo e affrontarlo con nuovi strumenti, più efficaci, incommensurabilmente più terapeutici.

“Negli anni della de-istituzionalizzazione progressista alcune importanti ricerche (Bleuler, Ciompi e Muller in Svizzera; Huber in Germania; Tsuang, Harding, e De Sisto negli USA) dimostrarono che la percentuale di pazienti schizofrenici che, a distanza di 20-40 anni, anche se con sintomi psicotici attivi, presentavano un buon adattamento sociale, era così rilevante da non poter essere taciuta.
Il concetto di Guarigione Sociale che ne originò, ambiguo in quanto inscritto ancora nell’antico lessico della malattia, finiva tuttavia per introdurre idee nuove: che ciò che contava era la Qualità della vita, che lo scopo della terapia doveva essere il benessere delle persone, che la Salute non era sempre sinonimo di Normalità, non era Tutto o Niente, ma soprattutto Vulnerabilità sottoposta alle leggi della probabilità.” https://www.saluteinternazionale.info/…/recovery-una-nuova…/

Cominciano così a diffondersi, ‘a macchia di leopardo’, su tutto il territorio nazionale, esperienze di forte innovazione dei servizi di salute mentale. Tale diffusione, anche se non omogenea e fortemente dipendente dall’organizzazione locale dei servizi, permette la nascita e lo sviluppo di movimenti in difesa dei diritti delle persone con disagio mentale.

I successi di tale approccio divengono sempre più evidenti per le ricadute sul singolo e sulla comunità in cui tali pratiche si diffondono. 

Ed è proprio negli ultimi decenni che si sviluppa a livello internazionale il movimento ’recovery’ che arriva a influenza i decisori politici in tutto il mondo, verso cambiamenti, molto difficili da attuare, perché richiedono un’innovazione importante dei servizi.

In altre parole, diviene evidente che “i soggetti con disturbi psichiatrici, anche importanti, sono in grado, di massima, di esercitare il diritto di scelta sul trattamento e di determinare il loro percorso verso un pieno recupero (‘recovery’) di una vita piena e soddisfacente e di conseguenza, di contribuire attivamente e con piena responsabilità allo sviluppo della comunità di appartenenza.” 

Cos’è il Supporto tra pari?

Nell’ambito dell’assistenza, le persone esperite per esperienza’, sono persone che hanno vissuto un disagio mentale grave, hanno trovato una propria stabilità emotiva e raggiunto la guarigione sociale e sviluppate alte competenze di gestione di emozioni negative e sintomi attraverso specifici percorsi formativi.

“In Europa, il Servizio Sanitario Nazionale inglese ha adottato una posizione ufficiale (NIMHE, 2005) impegnando i servizi di salute mentale ad orientarsi verso la recovery, a partire dal ‘successo dei gruppi di auto-mutuo-aiuto nella comunità e dai risultati della ricerca scientifica’. In seguito, un programma della Commissione Europea che pone al centro l’approccio della ‘recovery’�ed il ‘supporto tra pari’ ha coinvolto ricercatori, formatori, utenti norvegesi, svedesi, olandesi, britannici, tedeschi e sloveni. (Leonardo da Vinci Pilot Project, 2005-2007).” (http://www.aupi.it/…/…/uploads/2014/09/Supporto-tra-Pari.pdf).

Il supporto tra pari, come definito dal dott. Maviglia, “inizialmente promosso – negli Stati Uniti – dagli utenti organizzati (‘consumers’) ha conquistato rapidamente i massimi livelli�di responsabilità fino ad essere assunto dalla amministrazione federale dell’assistenza psichiatrica (SA MSHA, 2005) e dai singoli stati.” (http://www.aupi.it/…/…/uploads/2014/09/Supporto-tra-Pari.pdf).

Nell’esperienza in New Mexico, raccontata dal dott. Maviglia, così come a Trento (con gli ‘UFE’ – Utenti e Familiari Esperti) in Italia, l’esperto per esperienza, il ’Peer Specialist’ (dopo un necessario periodo di formazione), viene riconosciuto come vero e proprio lavoratore (e non solo più come volontario) e viene retribuito per il lavoro di assistenza svolto.

Riflessioni

E’ importante ricordare che il supporto tra parti, se non è accompagnato da una vera rivoluzione di pensiero attorno anche ai professionisti della Salute Mentale, rischia di diventare un vicolo cieco per i ‘pazienti’, ossia l’unica possibilità lavorativa in un mondo che esclude e non ascolta.

Al contrario, il rapporto tra pari deve riguardare anche il rapporto del tecnico, del professionista, con la persona con disagio mentale. E riguarda anche il rapporto tra diversi professionisti nel definire un progetto terapeutico, in cui la componete ‘psico-sociale’ di un’intervento ha pari dignità nella diagnosi e nella prognosi di un ‘disagio mentale’ (che non può mai definire in toto una persona, soprattutto a livello assistenziale) rispetto alla componente ‘bio-medica’, che fornisce solo un quadro parziale della problematica che la persona sta vivendo, e soprattutto non dice niente della situazione emotiva di ‘chi’ è in cura.

Perché questa precisazione? Perché se il professionista, (sia esso psichiatra, psicologo, assistente sociale), si mette alla pari e mette in gioco la propria competenza professionale e il potere che ne deriva (di avocacy, se lavora nel privato, istituzionale, se lavora per il pubblico), dalla parte del paziente, con il paziente, amplifica la porta, l’effetto e la qualità terapeutica del proprio intervento.

Ma questo è possibile solo attraverso un dialogo aperto e franco, in cui si condividono gli strumenti e anche la persona con disagio mentale stessa viene responsabilizzata: delle proprie azioni, delle proprie emozioni, della propria cura. 

E la responsabilità è impegnativa per tutti: per i tecnici nel indicare possibilità e soluzioni, nei familiari nell’esserci nella quotidianità, nelle persone con disagio a comprendersi e comprendere come gestire la sofferenza.

Solo in una rinnovata narrazione collettiva del disagio mentale, ci si può riappropriare di una crisi emotiva ed uscirne. In quello che diviene quindi un ‘supporto tra pari’ in senso ampio, come l’esperienza basagliana ci ha insegnato.

In questo contesto, retribuire un esperto per esperienza ha senso, perché li si riconosce la sua specificità e competenza in modo autentico.

Diversamente, senza un cambio di prospettiva che coinvolga tutti gli attori in campo, il rischio è quello di ‘istituzionalizzare’ ancora di più il futuro di persone che hanno avuto un disagio mentale grave, che non trovando una società pronta ad accoglierli, non avendo la possibilità e le risorse economiche di formarsi e intraprendere un percorso formativo più ampio e inclusivo, sono, in un certo senso, costretti a intraprendere questo percorso lavorativo, perchè è l’unico ambto che valorizza enormi competenze apprese per necessità.

Ma facciamo un passo alla volta e cominciamo dal dire che valorizzare gli esperti per esperienza, non solo in salute mentale, ma nella sanità tutta, è l’unica strada per umanizzare veramente il sistema sanitario: perché solo ‘chi’ ci è passato, sa e può sapere veramente, a livello emotivo, pratico ed esistenziale, di cosa c’è bisogno nella quotidianità per una vera presa in carico, per un autentico percorso di guarigione.

Perché la qualità della vita, complessiva, di chi vive un disagio mentale (e fisico), è componente cruciale in un percorso di cura che abbia un impatto globale sulla salute delle persone.”

Edgardo Reali – Radio 32