Depressione in Quarantena


Depressione è una diagnosi, un’etichetta nosografica. ‘Dietro’ questo termine ci sono tante vite, tante persone, tante storie, che vanno raccontate. Per capire, per comprendere.

Depressione in Quarantena

Autore: Anonimo
Letto da Giordano Giorgi
Musica: Mindcrawl – Professor Kliq
Montaggio: Edgardo Reali

Testo:

“La lavatrice ha terminato il suo lavoro ma io non riesco a svuotarla e stendere i panni. La depressione non va in pausa in quarantena anzi centuplica il suo vigore. Sua sorella, l’ansia, fa la stessa cosa, raggiungendo vette di paura e panico. La casa da alcuni anni è il mio inferno solitario, il luogo in cui sto peggio in assoluto, il regno della depressione, per cui questa reclusione forzata è un castigo intollerabile. Nei lunghi soliloqui arrovellanti ho capito di aver sempre avuto uno stato mentale alterato, fin dall’infanzia, che mi ha portato sempre più alla deriva, peggiorando di anno in anno. Qualsiasi tentativo per sentirmi meglio è fallito perché metà della mia mente è sempre andata nella direzione opposta ed ha sempre vinto. Oggi so di aver fallito in tutto. L’unico modo che avevo per sopravvivere era stare fuori casa, ora sento di morire soffocato. Le poche uscite ansiogene, a fare la fila per spesa, posta e farmacia, non solo non aiutano ma peggiorano. Le strade sono semi-deserte, diverse persone sono nervose, tutti evitano tutti e la rabbia repressa esplode facilmente. Sono finiti i tempi della solidarietà emotiva tra i balconi, ora c’è un’atmosfera da “si salvi chi può”. La solitudine mi distruggeva già prima, ora è intollerabile e non si attenua con qualche telefonata. Inoltre anche adesso si ripete lo stesso copione di sempre: non ho diritto di stare male “perché c’è chi soffre perché c’è chi sta in prima linea perché c’è chi ora non mangia perché c’è chi muore”. Se provo ad esprimere il mio malessere vengo messo a tacere con queste parole. Quindi devo continuare con le maschere. Pesanti, pesantissime. Se mi rompessi un braccio tutti si preoccuperebbero, ma la testa, quella no, non ha diritto di ammalarsi, deve sempre far finta di essere sana e così si ammala ancora di più.
Che poi… Sano di mente… malato di mente… categorie che ormai non mi interessano più… io so solo di stare male.
Ho paura e devo fare finta di non averla. Ho paura del presente e ho paura del futuro, ancora più incerto di prima. Piango. Tremo. Mangio. Rido. Mi agito. Urlo. Taccio. Non mi muovo per ore. L’incubo continua.
Sento lo scricchiolio dei mobili. Ogni percezione in solitudine è amplificata mille volte, e filtrata da un velo che distorce. Desidero dormire tanto, invece dormo poco. Il vuoto, il vuoto è sempre presente, anche quando si attenua, non scompare mai.
“Il vuoto presente”… una sorta di ossimoro. La mia vita è un ossimoro. La mia mente è un ossimoro.
Mi serve il mare. Mi serve l’aria. Mi serve… la vita.”

Altrove, la nostra storia è di tutti. Un contenitore di storie, di punti di vista, di esperienze troppo spesso ignorate o peggio etichettate, ridotte ad altro da sé, espropriate della propria legittimità. Storie di salute mentale, storie sofferenza, storie ricche di significato, storie di ripresa e di perdita, storie di ‘recovery’. 
Spazio di espressione libero.
Le storie sono raccolte dalla redazione di radio 32, inviate in forma anonima o autoriale.
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