Un pezzetto di cielo – Intervista Silvia Cutrera dell’Associazione Vita Indipendente Onlus

Se spesso è stata utilizzata questa frase per descrivere l’universo femminile, quanto spazio nel cielo occupano le donne con disabilità? Quali e quante battaglie devono affrontare per determinarsi nella società contemporanea?


Ne parliamo con Silvia Cutrera dell’Associazione Vita Indipendente Onlus.

Vita Indipendente è una filosofia e un movimento di persone con disabilità che lavorano per le pari opportunità, il rispetto per se stesse e l’autodeterminazione. È un atteggiamento e un modello di vita attuato mettendo in campo risorse e capacità, con obiettivo quello di garantire il diritto all’assistenza personale autogestita con il sistema dei pagamenti indiretti e permettere al maggior numero possibile di persone che hanno bisogno di assistenza di esercitare il controllo sui servizi che preferiscono nelle varie situazioni della loro vita.

Vogliamo essere protagonisti della nostra vita, reclamando non solo il diritto, ma la possibilità concreta di:

SCEGLIERE

Rispettando le esigenze e le convinzioni personali e non presupporre un atteggiamento di rinuncia, storicamente considerato “normale” per le persone con disabilità.

DECIDERE

Riappropriandosi della propria dimensione di responsabilità. Infatti, la condizione di dipendenza ha comportato spesso che la vita di molte persone con disabilità venisse affidata ad altri con la funzione di tutelarle e, di conseguenza, limitandone le capacità di autodeterminarsi.

PROGETTARE

Per soddisfare i propri desideri ed aspirazioni, non dovendo più rinunciare ad obiettivi importanti come la famiglia, la casa, il lavoro e il successo: le nostre esigenze non sono diverse. Disabilità non deve essere più sinonimo di rinuncia.

LO SVILUPPO DEL MOVIMENTO

Movimento per la Vita Indipendente: una rivoluzione? Certo una trasformazione profonda nel modo di vivere e percepire la disabilità e di conseguenza nel modo di pensare e realizzare i servizi e le politiche in merito.

La mobilitazione inizia nell’ambito del movimento giovanile e studentesco degli anni ’60 (anche questo legame storico è da rivalutare: ancora una volta si tratta di istanze comuni espresse con modalità differenti). Judy Heumann, Eduard Roberts, pionieri del movimento, sono due giovani studenti universitari del campus di Berkley, in California, la loro disabilità riguarda la quasi totalità delle funzioni motorie, ma i servizi studenteschi non sono accessibili, questi studenti sono relegati in una sorta di reparti ospedalieri nell’ambito dell’Università.
Coinvolti dal ciclone dei movimenti di liberazione del mondo occidentale, quale quello dei negri d’America delle donne, dei gay, in un ambito di acquisizione di consapevolezza individuale e culturale, come quello universitario, insieme ad altri decidono di rivendicare il diritto di vivere e studiare con gli altri e come gli altri, rifiutano di essere deportati in reparti speciali affermando il diritto di scelta e di autodeterminazione.
Il primo momento è quindi di rivendicazione: all’interno dell’Università (per poter fruire degli stessi spazi e degli stessi servizi degli altri,) poi all’esterno, per la percorribilità delle strade, per i trasporti, per l’accessibilità dei servizi, dei cinema e teatri e degli esercizi commerciali. Un secondo momento è quello di offrire ad altri il risultato dell’esperienza: nasce nel 1972 il primo Centro per la Vita Indipendente. Un servizio autogestito, rivolto in primis agli altri disabili del territorio, dove coloro che hanno sperimentato un percorso di autonomia, offrono informazione, orientamento e servizi ad altre persone che hanno gli stessi problemi e le stesse aspirazioni.

IL PROCESSO DI EMPOWERMENT

Ma non tutti osano arrivare al centro o formulare un’istanza: Come affrontare la rinuncia? E la paura? Appare chiaro che aprire uno sportello non basta manca un altro, fondamentale anello nel panorama dei servizi. La rivendicazione dei diritti, comporta un lavoro politico, di modifica delle risposte istituzionali e della legislazione, un lavoro culturale, di modifica di una percezione del disabile e della sua condizione. Ma le barriere primarie e invisibili, che si chiamano paure, insicurezza, inesperienza e mancanza di autostima, come affrontarle? Come si può impedire che un’auto-percezione negativa possa paralizzare comunque un processo di cambiamento ? Gli studenti scoprono che questa energia vitale, questa capacità di progettarsi, essere contagiosa. Lo scoprono donandosi tempo l’un l’altro: “Uno parla degli studi, dei problemi con l’assistenza, delle forme quotidiane di discriminazione, del suo sentire. Gli altri ascoltano. Una breve pausa, e poi parlano gli altri e il primo ascolta.
Questo modo di condivisione e di sostegno, sia in modo formale che informale, non raro tra gli studenti in America. Le esperienze di auto-aiuto, sono molto diffuse nella società americana, specie tra le fasce sociali marginali, basti pensare agli alcolisti anonimi, o alle minoranze oppresse. Sono le prime esperienze di consulenza alla pari.

Gli obiettivi da realizzare attraverso questo percorso di empowerment, sono tuttora validi:

a) capacità di conoscere le proprie esigenze e bisogni;
b) capacità di rappresentare le proprie esigenze e bisogni;
c) la conoscenza degli strumenti attraverso i quali conseguire, sostenere e potenziare la propria autonomia ed autodeterminazione.