Assistenti educativo-culturali (AEC): Lavoratori necessari, quanto sottovalutati


 

Nel viaggio di Radio32 tra i lavoratori del sociale non poteva mancare la tappa degli AEC, gli Assistenti Educativo Culturali, ovvero quei lavoratori che per conto delle Cooperative Sociali di Roma e non solo (da anni gli appalti e i bandi vengono vinti anche da soggetti extraterritoriali) quotidianamente rendono possibile la normale frequentazione, l’inserimento e l’inclusione nonché la didattica di migliaia di studenti disabili psichici e fisici.

Stiamo parlando di migliaia di lavoratori, giovani e meno giovani, uomini e donne, italiani e non, che la mattina svolgono le loro ore di servizio alla persona e guadagnano stipendi che a seconda delle circostanze variano da 600 a 1000 euro, spesso non godono della malattia integralmente, hanno poche tutele e spesso non sono rispettati all’interno del contesto scuola come dovrebbero.

 

Ad esempio, Barbara e Fabrizio ci raccontano come si debbano scontrare con il rifiuto di erogazione del pranzo da parte delle mense scolastiche. Pasto che è stato tagliato per gli AEC.
Barbara e Fabrizio, come tantissimi a Roma, lavorano per le Cooperative Sociali e per poter accumulare un monte ore settimanale che garantisca un salario mensile dignitoso, alle attuali condizioni e in questo contesto, sono per forza di cose costretti ad essere impiegati su più servizi: al mattino a scuola, al pomeriggio nelle case come assistenti domiciliari o nei centri diurni o case famiglia piuttosto che comunità.
In molti casi invece gli AEC lavorano solo nelle scuole e quando queste chiudono non vengono retribuiti, come ci spiega Barbara nell’intervista.

 

Fabrizio è un socio lavoratore di una cooperativa sociale, lavora da quasi vent’anni nella cooperazione sociale e negli ultimi anni ha contribuito a realizzare un blog di informazione e di aggregazione culturale aperto a tutti gli AEC e nel corso degli anni è riuscito, contando sulle sue forze e sulla passione per questo lavoro, a creare un vero polo di attrazione capace di avvicinare centinaia di operatori sociali.

Oggi, dopo anni di lavoro sul campo, gli sforzi di Fabrizio sono stati ripagati dalla nascita di un collettivo di AEC che periodicamente si incontra per condividere esperienze e forme di autodeterminazione sindacale e politica.

È nata una pagina facebook e negli ultimi mesi insieme ai colleghi e alle colleghe raccoltisi intorno al progetto è stato realizzato un questionario che ha come obiettivo quello di mappare il lavoro degli aec e di recuperare le condizioni di lavoro dei oltre diecimila aec partendo da un campione di operatori coinvolti nel lavoro di inchiesta.

 

 

L’attuale collettivo AEC ha un suo piccolo prestigio oggi nella nostra città e nonostante sia animato da un piccolo gruppo di operatori ed operatrici negli anni hanno avuto la capacità di organizzare eventi istituzionali  e mobilitazioni che hanno avuto il merito di parlare di problematiche spesso taciute.

Con Fabrizio siamo tornati indietro nel tempo, a quegli anni ’80 che hanno visto l’inizio della esternalizzazione di un servizio così decisivo per fasce sociali particolarmente deboli.

Il processo, a ben vedere, è stato graduale, tanto che, per una fase non breve, si è registrata una sostanziale parità numerica tra gli AEC del Comune e quelli forniti alle scuole dalle cooperative sociali. Una situazione non priva di risvolti a un tempo sgradevoli e paradossali: in pratica vi è stata una lunga coesistenza tra gli AEC di serie A – abilitati a occuparsi delle questioni didattiche – e quelli di serie B, dediti all’assistenza di base, cioè a garantire alcune autonomie dell’utente (lavarsi, vestirsi ecc.). I primi, quelli comunali, dotati di un titolo di studio specifico, i secondi senza competenze di settore, e con un attestato di Assistente Domiciliare e dei Servizi Tutelari (ADEST) come unico requisito ufficialmente richiesto. Per non dire delle differenze in termini di condizioni normative ed economiche, a tutto svantaggio degli operatori legati alle cooperative.

Bene, questa contraddizione, nel corso del tempo, è andata risolvendosi, nel senso che, già a partire dagli anni ’90, per ogni AEC comunale che andava in pensione, ne subentrava uno “di serie B”. In più, anni fa è entrata in vigore una legge in cui i comunali venivano posti di fronte a due possibilità: mantenere il proprio ruolo oppure entrare negli uffici dal Comune, attestandosi su un livello più alto.

Lo scenario che abbiamo difronte oggi a distanza di quasi trentanni vede 2000 operatori sociali quasi tutti dipendenti o soci di cooperative sociali distribuiti sulle scuole materne, elementari e medie superiosri della città.

Molto spesso questi operatori e queste operatrici devono fare i conti con la precarietà salariale e contributiva e a quella normativa, in quanto ancora non esista un mansionario vero e proprio e soprattutto non sia stato acquisito dalle scuole in maniera responsabile.

Per cui abbiamo, come ci racconta nell’intervista Fabrizio, situazioni diverse e spesso imbarazzanti.

Attualmente il collettivo romano aec ha intrapreso un interlocuzione con la giunta capitolina per trovare degli aggiustamenti rispetto al nuovo regolamento degli aec.

https://aipd.it/aipd_scuola/nuovo-regolamento-aec-roma/