“Il burn out si può prevenire” – Le parole di un’operatrice

“È usuale, nelle professioni d’aiuto, dire tra colleghi, quando qualcuno è un po’ nervoso sul lavoro, triste, demotivato, etc.. “starà un po’ in burnout”.

Burn out, una parola che si sente spesso, con cui racchiudere una serie di definizioni e stati. Ma cos’è davvero il burn out, come si manifesta, come lo si riconosce?

Il burn out è una patologia ben precisa, con delle fasi ben riconoscibili. Il burn out si può prevenire, ma prima di tutto occorre che i sistemi lavorativi complessi – centrati su professioni di aiuto, cura e sostegno, centrati su aspetti relazionali, prendano atto di questo rischio. Un rischio che esiste e in cui un lavoratore può incorrere.

Nel DVR (Documento di Valutazione dei Rischi) delle strutture in cui lavoro (case-famiglia per pazienti disabili adulti, cognitivi e psichiatrici per conto di una onlus), è tenuto di gran conto il “rischio biologico” legato al lavoro dell’equipe (quasi tutti oss) e cioè infezioni, contatto con elementi patogeni, secrezioni infette, sangue, germi etc… poco o niente è considerato lo stress lavoro-correlato di una professione, svolta su turnazione (che già di per sé crea – a lungo andare – logorio nelle persone), che si basa principalmente sull’avere cura dell’altro. Cura in senso lato poiché il lavoro di chi ha a che fare h 24 con pazienti con doppia diagnosi non consiste, come molti erroneamente pensano, a fare “il guardiano del gregge”, non significa lavare culi e fare barbe in maniera seriale (retaggio di una cultura pre-basaglia), non significa somministrare “bibitoni” di medicine per abbassare i livelli di angoscia di un paziente. I nostri pazienti, tutti con storie di abbandoni e deprivazioni, violenze fisiche ma non solo, appartenenti a sistemi famigliari multiproblematici (dove la disabilità finisce per essere, ve lo assicuro, il male minore) sono tutti (anche quelli più gravi, quelli che chi non è del mestiere pensa siano persone senza volontà né bisogni, se non quelli primari) sono persone con enormi bisogni, persone molto richiedenti sostegno, ascolto, persone che hanno bisogno di essere viste e non solo guardate. La rivoluzione dovrebbe iniziare da qui: riconoscendo, da parte degli amministratori, i coordinatori, i reali rischi che questo lavoro comporta, e mettendo in atto politiche aziendali volte a salvaguardare il lavoratore prevenendo tali rischi.

Vero è che lavorare nel sociale non è mestiere per tutti, non è un mestiere che si impara sui libri, non è una vocazione né una missione (negli anni ho imparato a diffidare di coloro i quali durante i colloqui di lavoro si esprimevano in questi termini); sempre per esperienza coloro i quali si professano “chiamati” per questo lavoro, sono persone fragili, le prime a cadere nel baratro del burnout: iniziano con un atteggiamento entusiasta, professano un fare ideale e idealizzato, onnipotente, nei confronti del lavoro, dei pazienti, del sistema lavorativo, salvo poi vedere deluse e frustrate le proprie aspettative (“salvare”, “cambiare, “migliorare” etc l’altro) fino a sfociare nell’insoddisfazione a più livelli arrivando all’apatia e a manifestazioni più o meno esplicite del proprio malessere (che può assumere sia forme psicologiche che avere esiti di vere e proprie patologie organiche).

Oltre ad avere una preparazione sugli aspetti pratico-concreti del mestiere di aiuto, sostegno (oss, ma anche infermieri, medici, psicologi, insegnanti etc…) bisognerebbe essere preparati anche ad affrontare l’enorme carico emotivo che tali lavori comportano. C’è chi si difende, mettendo in atto meccanismi per cui l’altro, la relazione, l’ammalato, il disabile, il paziente etc.. non scalfiscono minimamente la corazza che ci si è creati. Ma evitare il “contatto” emotivo, non riuscire a creare un clima empatico col proprio paziente o assistito, paradossalmente non permette il corretto svolgimento delle proprie funzioni. Un lavoro basato sulla relazione scevro da sentimenti empatici, risulta essere uno svolgere meccanico di azioni che imitano l’accudimento, la cura, ma senza metterci la cosa più importante, la relazione (immaginate di fare una carezza e di togliere un po’ di polvere dalla giacca di un amico: il gesto è lo stesso, quello che cambia è l’intenzione). Purtroppo l’empatia, il saper dosare la capacità di farci “coinvolgere” dall’altro, non può essere insegnata, ma fondamentale è avere un continuo dialogo interno con sé stesso, avere buoni livelli di consapevolezza e là dove si avvertono le prime avvisaglie di malessere occorrerebbe farsi a propria volta sostenere, dai colleghi, da un superiore, da una figura professionale esterna.

 

Nel nostro lavoro utilissima è la possibilità di avere confronti (in colloqui individuali) con i responsabili, ma ancora più importanti sono le riunioni d’equipe. La riunione d’equipe è un fondamentale momento di scambio di informazioni su un determinato paziente, ma è anche (e soprattutto) fondamentale momento di comunicazione (stessa etimologia di “mettere in comune”), con gli altri membri dell’equipe, dei propri vissuti, sensazioni, idee, problematiche, fantasie. Il gruppo ha una funzione “terapeutica” cosa nota già dai tempi di Aristotele, dove il gruppo stesso “rispecchia” ognuno dei suoi membri portando a momenti di “svelamento”, crescita e consapevolezza; spesse volte già il semplice verbalizzare può vere un effetto catartico sul singolo e sul gruppo. Ma non basta.

Da anni con i miei responsabili lottiamo affinché l’amministrazione ci dia la possibilità di avviare un gruppo di supervisione con un terapeuta esterno: dopo 10 anni ci siamo riusciti.

Meglio tardi che mai.”

 

Roberta