La scrittura autobiografica come cura del Sé – L’esperienza di un educatore

chi comincia ad indagare su se stesso finisce per indagare su tutto

Elias Canetti

 

La scrittura autobiografica come cura del Sé
La parola autobiografia deriva del greco authòs bìos graphein, cioè scrivere della propria vita.
E’ un gesto che si compie tutte le volte che mettiamo al centro dell’attenzione non solo gli avvenimenti che abbiamo vissuto, ma la storia della nostra personalità, l’evoluzione dei nostri pensieri, come abbiamo reagito alla nostra avventura esistenziale. E’ un viaggio attraverso le infinite stanze della nostra memoria, luogo d’incontro con se stessi e con tutte quelle manifestazioni dell’essere umano, piacevoli o meno, che abbiamo vissuto.
Scrivere di sé è anche fatica, incognita, passione. È accettare di mettersi in gioco. È essere disposti a farsi guidare dall’emozione nuova che affiora di volta in volta, ad abbandonarsi alla sua imprevedibilità. Perché capita, ad esempio, che dal centro di un ricordo triste, all’improvviso, ne affiori uno diverso, dolce. Capita che venga alla luce un seme dimenticato la cui percezione ci dà una gioia indefinita, ci rende in quell’istante invincibili,  una magia che ci rende capaci di sigillare con un sorriso anche una tragedia. Succede durante i corsi di scrittura autobiografica, che non sono solo un momento individuale ma anche collettivo.

 

Quando partecipiamo ad un laboratorio o dischiudiamo le porte della nostra vita alla scrittura autobiografica abbiamo la netta sensazione di fare qualcosa di bello per noi, di fermarci per un attimo pensando solo a noi stessi, fuori dai rumori, a volta fastidiosi, che tutti i giorni ci fanno compagnia.

 

Il silenzio della scrittura diventa quindi una forma di ascesi, una condizione essenziale di lotta contro l’oblio. I ricordi che ne scaturiscono danno luogo a significati, che forse non conoscevamo, e che a loro volta si trasformano in storie. Questo processo riconcilia con quanto si è stati e procura all’autore emozioni di quiete, e quindi in un certo modo lo cura: lo fa sentire meglio attraverso il raccontarsi e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento. Perché l’azione del ripensare a ciò che abbiamo vissuto, crea un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, ammalarsi e gioire: quindi ci sdoppiamo, ci moltiplichiamo e ogni autobiografia è stata scritta perché l’autore aveva bisogno di attribuirsi un significato, anzi più di uno, e presentarsi al mondo.

 

Un aspetto importante che avviene è quello dell’autoformazione, perché le parole della nostra vita ci aiutano a scavare dentro di noi e ai nostri saperi nascosti e a tirarli fuori mettendo in atto una rielaborazione, risignificazione, risistemazione delle esperienze.

 

È attraverso la narrazione di sé e dei propri sentimenti che possiamo cercare di metterci davvero in relazione con gli altri. La scrittura e la narrazione autobiografica fanno sì che i ricordi vengano isolati, quasi illuminati, poi che vengano messi in ordine, in sequenza e infine collocati in qualche luogo (contestualizzazione). La mente opera ancora una concatenazione dei ricordi e una loro risignificazione. Infatti, una volta scritto un frammento, o una parte della mia storia, lo inserirò diversamente da prima nel mio vissuto agendo un cambiamento.

Vincenzo Candiano è un educatore professionale impegnato nel sociale da oltre ventanni, nato a Torino dove a lavorato nelle cooperative sociali storiche della città sempre in ambito psichiatrico da qualche anno vive e lavora nel pinerolese.

 

A 18 anni lo Stato mi chiamò per imbracciare un fucile, ma gli dissi: “No Grazie non mi interessa!” mi fecero fare due colloqui con le psicologhe, ma accettarono infine la domanda per l’Obiezione di Coscienza e così iniziò la mia avventura, durata 20 mesi (eravamo dei puniti) al Comune di Brandizzo. E’ qui che vengo in contatto con la psichiatria. Andavo quasi tutti i giorni a casa di un ragazzo traumatizzato, che venne in seguito inserito nella comunità dove poi sarei andato a lavorare. Come obiettore, insieme ai miei compagni, sia di Brandizzo che di Settimo, Chivasso e Montanaro organizzavo convegni sull’obiezione di coscienza e obiezione alle spese militari, disarmo e alla denuclearizzazione del territorio. La mia vita lavorativa si è svolta e si svolge nell’ambito dei servizi alla persona, in prevalenza comunità psichiatriche, in tutte le sue varianti: convivenze guidate, alloggi assistiti, comunità alloggio, e residenze terapeutiche. Ho lavorato anche in ristoranti e condotto laboratori di manipolazione argilla e di cucina, sempre nello stesso ambito.
Dal 2011 lavoro come educatore presso il Progetto Duparc di Torre Pellice. Oltre alla gestione del quotidiano, ho condotto progressivamente il gruppo fiaba ed il gruppo disegno. Ho partecipato al gruppo teatro e sono il referente educativo delle attività lavorative esterne alle strutture.

Prima di trasferirmi a Pinerolo dalla grande città, Torino, ho lavorato con la Coooperativa l’Ippogrifo Dapprima in gruppo appartamento, poi nei ristoranti che la coop gestiva e gestisce ancora, il Il Ristorante” di Settimo Torinese e poi l’Osteria di Nole Canavese. Esperienza molto interessante, al momento la più bella. Fare l’educatore vestito da cameriere e creare un clima favorevole, sia per chi lavora sia per i clienti è stata una sfida importante. La frase che usavamo spesso durante la formazione degli addetti alla sala e alla cucina, cioè le persone che ci venivano affidati dai servizi, era che il cliente doveva entrare contento e uscire felice. Da amante della cucina ho imparato a cucinare nuovi piatti e a capire meglio l’organizzazione di una cucina professionale.”