Franco Basaglia e le metamorfosi della psichiatria. Intervista al dott. Piero Cipriano

 

In diretta dallo Yeti, per ‘Le Pigne in Testa’, intervistiamo il dott. Piero Cipriano e parliamo del suo ultimo libro “Basaglia e le metamorfosi della psichiatria” ed in particolare ci interroghiamo sul senso del lavoro di Franco Basaglia, che ha portato ad una vera e propria rivoluzione scientifica nell’ambito della psichiatria, spostando il ‘focus’ dell’intervento dalla ‘malattia’ alla persona vista nella sua complessità esistenziale, portando alla chiusura dei manicomi grazie alla legge 180 dell’ormai lontano 1978.

Insieme a lui ripercorriamo il percorso di questo cambiamento e l’attualità di questa rivoluzione ancora negata e/o incompiuta nella maggior parte dei servizi psichiatrici italiani.

Quarantasette anni, irpino, Piero Cipriano è medico psichiatra e psicoterapeuta di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica.

Dopo aver lavorato in vari dipartimenti di salute mentale dal Friuli alla Campania, da alcuni anni lavora a Roma in un SPDC  (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura ).
Ama definirsi uno psichiatra riluttante e si dichiara anarchico. In questi anni, ha narrato la sua esperienza nei reparti ospedalieri psichiatrici in una trilogia che raccoglie la sua ventennale esperienza in quelle che definisce le “fabbriche della cura mentale”: così chiama i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, ossia i piccoli reparti ospedalieri dove si affronta la crisi psichiatrica.
Con lui affrontiamo i temi centrali e i problemi che riguardano l’assistenza psichiatrica ed il lavoro in salute mentale: #contenzione, #psicofarmaci, #controllo sociale e molti altri i temi caldi affrontati insieme a lui in questa bella intervista. Di seguito, vi presentiamo i suoi libri di cui consigliamo la lettura soprattutto ai professionisti del settore. Il lavoro di Cipriano ‘de-costruisce’ molte finte certezze e ci riconsegna una complessità, che seppur disorientante all’inizio, riconsegna una visione più chiara e qualificante della mission e della metodologia di chi lavora e si ritrova ad affrontare la follia nelle sue più diverse forme.

Basaglia e le metamorfosi della psichiatria

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Guardando in prospettiva ai quattro decenni trascorsi dall’approvazione nel 1978 della legge 180, che sancisce la chiusura dei manicomi, Cipriano compila un’agile storia della psichiatria per raccontare le metamorfosi deldispositivo manicomiale: a partire dal manicomio concentrazionario inventato da Pinel nel 1793, passando per il manicomio chimico (psicofarmaci e categorie diagnostiche) affermatosi negli ultimi decenni, e arrivando al manicomio digitale prossimo venturo, dove la rete diventerà il panottico perfetto da cui non si potrà sfuggire. Questa ricostruzione della lunga lotta al concetto stesso di manicomialità arriva non dimeno a concludere che oggi è più che mai necessaria una nuova rivoluzione anti-manicomiale. E con il dichiarato obiettivo di svelare i nuovi manicomi là dove si nascondono, per combatterli ancora una volta, il nostro psichiatra riluttante cede la parola ai nuovi tecnici della salute mentale e ai nuovi pazienti, sempre meno pazienti e sempre più esigenti, interrogando anche coloro – registi, cantanti, scrittori – che narrando la cura e la follia al grande pubblico concorrono a costruire un nuovo immaginario coerentemente no restraint. Prefazione di Pier Aldo Rovatti. Interventi di Silvano Agosti, Pierpaolo Capovilla, Nicola Lagioia, Paolo Virzì. Con i contributi di Gianni Cappelletti, Donato Morena, Lorenza Ronzano, Cristina Comunale, Lara Bellini, Paola Ferrari, Emanuela Di Francesco, Francesco Andreani.
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La La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta…
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“Ho vissuto metà del mio tempo nei luoghi dove si deposita la follia più indesiderata e tutta la possibile devianza dalla norma. E ho visto, da questo luogo privilegiato, in che modo gli uomini si trasformano, sia i curanti che i devianti. Si chiude con queste crude storie che raccontano il mal di vivere della nostra epoca la trilogia della riluttanza iniziata con “La fabbrica della cura mentale” e proseguita con “Il manicomio chimico”. A partire dalla sua frequentazione quotidiana con la sofferenza psichica, Cipriano si misura con quella stanchezza esistenziale, sbrigativamente definita depressione, che la nostra società antropofaga prima alimenta e poi cerca di etichettare con quel furore diagnostico e categoriale che le è proprio. A ogni deviante la sua etichetta, medica o psichiatrica, ma anche sociologica o giudiziaria, che così diventa una sorta di tatuaggio identitario, un destino imposto da cui tutto il resto deriva: gli obblighi, i percorsi, le scuole, le cure, i farmaci, le prigioni, ciò che ognuno potrà o non potrà fare (ed essere) nella sua vita.”
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Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante
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“Oggi il manicomio non è più costituito da fasce, muri, sbarre, ma è diventato astratto, invisibile. Si è trasferito direttamente nella testa, nelle vie neurotrasmettitoriali che regolano i pensieri. Il vero manicomio, oggi, sono gli psicofarmaci. Stiamo oltretutto assistendo a una vera e propria mutazione antropologica: agli psichiatri, e alle case farmaceutiche, non bastano più i malati da curare, ma servono anche i sani. Lutto, tristezza, rabbia, timidezza, disattenzione, non sono stati d’animo fisiologici, ma patologie da curare con il farmaco adatto. Cipriano sottopone a una critica severa i principali dogmi della psichiatria “moderna”: a cominciare dalla diagnosi, ovvero l’urgenza burocratica di considerare “malattia” qualunque disagio psichico, a cui segue l’immancabile prescrizione di un farmaco. E quando i farmaci non sono sufficienti, ritorna l’uso nascosto delle fasce e dell’elettrochoc. È questo il nuovo manicomio, meno appariscente, più discreto, in cui diagnosi e psicofarmaco dominano la scena.
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La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante
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“L’establishment psichiatrico definisce il nostro lavoro come privo di serietà e rispettabilità scientifica. Il giudizio non può che lusingarci, dato che esso ci accomuna, finalmente, alla mancanza di serietà e di rispettabilità da sempre riconosciuta al malato mentale e a tutti gli esclusi”. (Franco Basaglia). A distanza di decenni dall’approvazione della legge 180, che sanciva la fine del manicomio, Cipriano ci racconta cos’è oggi un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Se il manicomio ricordava un campo di concentramento, l’attuale SPDC ricorda una fabbrica, dove lo psichiatra è il tecnico specializzato addetto alla catena di montaggio umana, e il malato la macchina biologica rotta da aggiustare non con la parola ma con il farmaco. Così, quei luoghi destinati ad accogliere la sofferenza mentale sono diventati le roccaforti di una rinata cultura manicomiale in cui ad apparire socialmente pericolosi sono spesso proprio coloro che dovrebbero garantire la gestione umana ed efficace delle crisi psichiatriche.

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